Tutte le accuse a Bassolino nello scandalo rifiuti

nostro inviato a Napoli

Firmava, ma non sapeva cosa. «Deliberava», senza leggersi una carta. Quanto a certe ordinanze e certi contratti da lui sottoscritti per arginare l'onda lunga da' munnezza, ha appreso della loro esistenza solo quando il pubblico ministero gliel'ha contestato a verbale. Per giustificarsi col pm, il governatore Antonio Bassolino, indagato dalla procura di Napoli in qualità di ex commissario straordinario all'emergenza rifiuti nell'inchiesta sulla (mala)gestione dello smaltimento della spazzatura, nei due interrogatori del 23 aprile 2004 e 19 luglio 2005 si è difeso buttandola in politica. «Ho sempre assunto come mia stella polare il principio della separazione tra politica e attività amministrativa, mi sono occupato solo di scelte strategiche, al resto pensava la struttura amministrativa». Che gli sottoponeva gli atti per la firma a cui lui rispondeva con un bell'autografo perché così imponeva la carica ricoperta, che era «tecnica» e non «politica».
Bassolino è sott'inchiesta da tempo per abuso d'ufficio, frode in forniture pubbliche e truffa ai danni dello stato perché con il suo modo di fare non avrebbe impedito l'incancrenirsi delle irregolarità nel contratto con le società Fibe e Fisia (riconducibili al colosso Impregilo) incaricate di smaltire i rifiuti secondo regole ferree ma puntualmente disattese. All'esponente ds viene contestato di non aver fatto rispettare talune direttive che prevedevano, in caso di inadempienza, l'immediata rescissione del contratto con l'Ati, vincitrice dell'appalto miliardario.
In particolare - scrivono i pm - il commissario Bassolino «non impediva, realizzava e consentiva la perpetua violazione degli obblighi contrattuali dell'Ati in relazione alle gestione dei rifiuti», anche a fronte dell'«evidente e notoria» mancata raccolta dei sacchetti disseminati in ogni dove.
Questo atteggiamento comportava, a ricasco, anche l'emanazione di una serie di ordinanze boomerang sul recupero energetico delle cosiddette «ecoballe», ovvero di quei rifiuti da trasformare in carburante per essere utilizzati negli impianti di produzione di energia elettrica.
Per la procura, dunque, una così infelice «politica» commissariale ha avallato le (presunte) irregolarità delle aziende coinvolte, le (presunte) inottemperanze dei suoi funzionari, ed alla fine ha ingannato persino Palazzo Chigi impedendogli di risolvere la perenne emergenza ambientale. Di fronte a cotanti addebiti, il commissario di Afragola ha alzato le mani, ha ammesso di aver dato l'ok senza aver letto una pagina, ma si è difeso scomodando impropriamente - secondo l’accusa - la legge Bassanini e le sue separazioni di ruoli: occupandomi di grandi strategie ed essendo all'oscuro di ciò che firmavo - è il concetto bassoliniano - non posso essere considerato responsabile della burocrazia spicciola che i miei subalterni mi sottoponevano per la firma.
I pm Novello e Sirleo sembrano pensarla in tutt'altro modo se è vero che a giorni chiederanno al gip di spedire alla sbarra l'ex sindaco anche sulla scia delle giustificazioni poco convincenti fornite nei due interrogatori. Frasi estrapolate qua e là danno l'idea della disperata linea difensiva: «Quanto all'ordinanza riportata nella contestazione - spiega Bassolino - devo dire che non ricordavo sinceramente di averla firmata. Più in generale devo aggiungere che qualche mese dopo ho delegato formalmente il vicecommissario Vanali anche per il potere di firma». Oppure: «Con riferimento alle ordinanze posso dire che non ne ho mai considerato il merito, mi sono limitato a sottoscriverle, le mie discussioni vertevano sulle grandi scelte di fondo». E ancora: «Anche per la localizzazione degli impianti mi sono limitato a prendere atto di quanto in precedenza stabilito».
Sì, va be’, obiettano i pm. Ma lei «ha mai considerato che l'ordinanza che le attribuiva poteri in qualità di commissario straordinario imponeva anche a lei competenza e l'analisi delle scelte finali anche di tipo specifico? E ciò anche in ragione della natura puramente amministrativa dell'organismo commissariale?». Risposta a scaricare di don Antonio: «La predisposizione degli atti della struttura commissariale era realizzata dai vertici del commissariato che mi coadiuvavano. Io mi occupavo solo di scelte strategiche (...)».
Sì, va be’, incalzano i magistrati: allora siccome lei si occupava di aspetti di grande rilievo, com'è possibile che non si sia mai accorto del problema riportato nell'ordinanza 383/01 in merito all'«individuazione e destinazione del compost da prodursi negli impianti di Cdr»? E che dice della clausola contrattuale che imponeva alla società Fibe di ricevere «comunque» i rifiuti solidi urbani raccolti nella regione e di smaltirli? Responso scontato di Bassolino: «Non ho letto il contratto da me firmato, pur essendomi comunque assunto la responsabilità con tale firma di assicurare l'avvio di un iter amministrativo già concluso». Altro da dichiarare? Sì. «Lo spirito della mia iniziativa - chiosa l'indagato - è stato comunque sempre finalizzato a spazzare via i rifiuti, a eliminare l'emergenza». È la verità, potete metterci la firma.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it