Tutte le donne della candidata: nel suo staff il potere è rosa

Patti Solis Doyle mette a dormire il suo capo: «Buonanotte Hillary». Domani si ricomincia: riunione con i consulenti politici e della comunicazione, appuntamenti, meeting, pranzi, cene. Sorrisi. Patti gestisce Hillaryland, una macchina complessa come una città che è lo staff della Clinton. Sono le donne della presidente. Si conoscono da quindici anni, da quando entrarono alla Casa Bianca con la first lady. La Solis Doyle le guida senza dirlo, ché ognuna ha il suo ruolo, ognuna la sua indipendenza e non sia mai che si sentano scavalcate. Brave e toste. Professioniste e mamme. All’inizio degli anni Novanta erano viste con un po’ di sospetto: considerate una piccola consorteria, un gruppo chiuso nel quale era impossibile entrare, una congrega, una specie di prosecuzione delle confraternite universitarie.

Furono loro stesse a scegliere di indossare abiti con la sigla «HR» sul petto e autodefinirsi Hillaryland con quel pizzico di presunzione che le portava a considerarsi parte della storia. Ora la storia possono farla davvero: eleggere il capo, portarla di nuovo lì, al 1600 di Pennsylvania avenue. Lavorano con disciplina, fedeltà e una segretezza diventata leggendaria, praticamente mai vista nella politica washingtoniana fatta di spifferi e citazioni anonime, di autobiografie scandalistiche e ben pagate. Hillary non è un’icona. È una del gruppo: una specie di sorella maggiore, quella che il destino, un marito ex presidente, le amicizie giuste, hanno scelto come immagine di tutte. Loro devono aiutarla a realizzare un sogno che non è solo suo.

È anche di Huma Abedin: il suo ruolo è travelling chief of staff. Il settimanale New York Observer l’ha chiamata l’angelo custode della Clinton. Qualcuno ha ironizzato: è nata la voce di una presunta storia lesbo. Cattiverie. Ma sono sempre insieme. Huma è responsabile degli impegni in movimento. Vuol dire che ogni volta che Hillary è fuori da Washington comanda lei: auto, treno, aereo, e poi i comizi, gli incontri, i party per la raccolta fondi. A 33 anni, ha in mano la vita e la campagna. È entrata nello staff da stagista, ha scalato un posto dopo l’altro, ha affascinato mezza Washington: sempre elegante e curata, secondo i reporter dell’Observer è il vero volto della candidata. Figlia di una professoressa saudita e di un intellettuale studioso del dialogo interreligioso, Huma è cresciuta in un ambiente agiato e politicamente raffinato.

Non è sola. Hillaryland stavolta è il cuore, ma non tutto il resto. Ci sono altre donne nella corsa della Clinton verso la Casa Bianca. C’è la madre, Dorothy Hemma Howell Rodham. Per anni è stata un mistero: Hillary ne parlava poco, come se volesse proteggerla dalle luci del palcoscenico. È ricomparsa un po’ all’improvviso nella campagna elettorale di quest’anno. Ne ha parlato lei, la Clinton. «È la persona che più di ogni altra ha influenzato le mie scelte. Devo tutto a mia madre, che non ha mai avuto una chance di andare all’università, che ha avuto una infanzia molto difficile ma che mi ha insegnato che avrei potuto raggiungere qualsiasi traguardo fosse nei miei desideri».

Lady Rodham oggi ha 88 anni, viaggia da sola, è spesso a Washington per stare con la figlia: ha avuto un’infanzia complicata, che sembra uscita da un libro di orrori giovanili di Dickens. Hillary l’ha riassunta un paio di volte: «I miei nonni materni non erano certo pronti a crescere un bambino. Nonna Della sostanzialmente abbandonò mia madre: quando aveva appena tre o quattro anni la lasciava sola tutto il giorno, consegnandole i buoni pasto da utilizzare in un ristorante vicino al loro appartamento al quinto piano senza ascensore nel South Side di Chicago». Mandata via di casa a otto anni per il divorzio dei genitori, andò a vivere in casa di nonni che non l’amavano. Per un anno intero la chiusero in una stanza, tranne che per andare a scuola: era la punizione per avere disobbedito. A 14 anni, mollò anche quella casa: scelse di vivere da sola, lavorando per mantenersi. Ecco lo sprone per la figlia. La aspirante presidente dice sempre così: è stata Dorothy Rodham a trasmetterle la passione per i libri e l’esempio di un femminismo vero, incarnato nei fatti di una vita agitata, ma sempre e comunque dignitosa. In un aneddoto che Hillary ama ricordare, fu la madre, quando la futura senatrice aveva quattro anni, a costringerla ad affrontare una compagna di giochi che in strada la tormentava e la picchiava. Si erano appena trasferiti a Park Ridge. C’era questa amichetta un po’ prepotente, Hillary non la sopportava e un giorno tornò a casa in lacrime. Allora la mamma la chiamò in cucina: «Hey, ragazzina, in questa casa non c’è posto per i codardi». Poi la rispedì fuori e la seguì con lo sguardo da dietro le tende mentre tornava in strada e affrontava fisicamente la rivale terribile. La Clinton ne parla con tenerezza, come modello di coraggio e di capacità di adattamento, come educatrice ferma, ma dolce, severa, ma sorridente. Deve legarle un sentimento rafforzato dalla consapevolezza di potercela fare da sole. La signora Dorothy non ha mai voluto parlare pubblicamente della figlia, la figlia ha voluto proteggere la madre più di quanto abbia fatto con la sua bimba, Chelsea: niente fotografie, niente interviste. Lady Rodham ha preferito così. Solo una volta si è lasciata andare: «Mia figlia sarebbe un grande presidente degli Stati Uniti, ma è un lavoro che non auguro a nessuno».

Poi c’è Chelsea. Oggi, a 27 anni, è perfetta. Non è più la ragazzina con l’apparecchio, ha perso l’aria da sfigata secchioncella: ora è una analista di Wall Street, specializzata in fondi speculativi, figlia di un ex presidente e di una aspirante presidente, fidanzata con l’erede di una famiglia in vista. Sta con Marc Mezvinsky, giovane in carriera alla Goldman Sachs, a New York. Marc è il figlio di Edward Mezvinsky e di sua moglie Marjorie, ex membri del Congresso coinvolti nel 2002 in uno scandalo finanziario per aver truffato 10 milioni di dollari ad alcuni investitori. Marc a quello scandalo è sopravvissuto, però ora che Hillary vuole la Casa Bianca, la storia potrebbe anche essere ritirata fuori. Chelsea ha capito che la farebbero martire ugualmente, anche se non volesse. Non si può più nascondere, allora gioca anche lei: first daughter per la seconda volta. Fa campagna e la farà sempre di più. È profondamente cambiata: ha tolto i maglioni delle medie per infilarsi in un look moderno. È diventata amica di Donatella Versace, che oggi è di fatto la sua consulente d’immagine. Ha perso l’aria timida. Sembra una vincente: non bella, ma piacente.

Addirittura, nel 2005, Vanity Fair l’ha giudicata il nuovo sex symbol d’America, paragonandola a una versione femminile di John Kennedy junior. Chelsea non parla spesso, ma è presente. In fondo lei sa: sa comportarsi, sa tacere.
Per dirne una: il New York Times ha cercato in tutti i modi di intervistarla, ha provato attraverso gli amici, attraverso i colleghi e alla fine è riuscito a parlarle. «Hello» è stata l’unica parola che sono riusciti a farle uscire di bocca. La madre oggi la definisce con orgoglio «uno dei miei principali consiglieri». Serve assist precisi, ogni volta che servono. Salvagente anti-annegamento. Chelsea serve anche quando manca qualche argomento. Tutto preciso, senza una sbavatura, senza un’incertezza. Perfetto per i flash, per i giornali, per le tv. La figlia aveva già fatto le prove durante il Sexgate, quando si fece fotografare mano nella mano con i genitori. «Diede l’impressione di volerli tenere insieme», scrivono adesso quelli del New York Times, convinti che questo suo ruolo di figlia perfetta piaccia all’elettorato americano. Perché per le logiche che governano la comunicazione mediatica, la famiglia Clinton deve per forza di cose fare i conti anche con la dimensione da Truman Show: la vita in presa diretta, il privato che è sempre pubblico, il sorriso di circostanza, la cena che è comunque un affare di Stato. Chelsea dentro a questa dimensione è cresciuta e si è abituata. Rispetto al 1992, non ci guadagna e non ci rimette. Gioca libera.