Tutte le macchie di un partito alla Sordi

Alberto Sordi non ha fatto in tempo a raccontare Di Pietro. Il personaggio gli sarebbe piaciuto. Tronfio come il «vigile», intrallazzatore come il dottor Tersilli (medico della mutua), spaccone come l'americano a Roma di «spaghetti m'hai provocato mò te magno», immoralista come il segretario della lega anti-pornografica al centro di traffici ambigui sotto gli occhi di uno sbalordito De Sica. Antonio Di Pietro è un certo tipo di italiano medio. Viene dal basso, si è fatto da solo, da poliziotto si è laureato chissà come ed è arrivato in magistratura. Fra tanti pm titolati ed extra-colti è emerso proprio lui, quello che ha difficoltà con la lingua italiana ma un fiuto da segugio e soprattutto una ferocia investigativa che infiamma il popolo delle manette. Ha costruito per sé una fama di feroce Robespierre che cercò di mettere al servizio del nuovo vincitore, il carismatico Berlusconi, ma poi, non reggendo il confronto, ha preferito far da solo e si è messo sul mercato della politica.
Una certa destra all'inizio l'ha amato, la sinistra l'ha temuto e ha cercato di assecondarlo. La sua vita è piena di buchi neri. La laurea, l'arrivo in magistratura, le prime frequentazioni nella Milano da bere e la furia demolitrice successiva. Le prime amicizie, i primi favori con i denari in prestito e la Mercedes gratuita. Mani pulite lo usa e lo patisce. Lui a un certo punto abbandona senza dare spiegazioni. Nessuno del pool, di cui è il portavoce, lo trattiene. Cossiga, che dapprincipio lo sponsorizza, lo molla. E qui scopre D'Alema. Il leader diessino capisce che uno così può essere una mina vagante e lo fa eleggere in Parlamento.
Di Pietro entra in politica e fonda il suo movimento. Sembra una «mastellata», cioè un partito personale a forte impronta meridionale. È anche questo, ma l'emigrante di Montenero di Bisaccia ha capito in che mondo vive. La sinistra lo teme e lo blandisce nominandolo ministro nel primo governo Prodi che, per affari di giustizia, è costretto presto ad abbandonare.
Di Pietro si presenta come uomo di destra ma fa una lista alle europee con Achille Occhetto e Giulietto Chiesa. Poi li molla, come mollerà l'ex socialista Elio Veltri che scriverà di lui cose terribili a proposito di fondi di partito usati in chiave personale. C'è un mondo mediatico che lo adora. Diventa l'ospite fisso di Michele Santoro, il suo linguaggio popolaresco gli garantisce una piccola base elettorale. Nel frattempo Di Pietro sbarca nel bel mondo. Si fa ritrarre con Ela Weber, vichinga di procace aspetto, con cui scambia bacini per i paparazzi di turno. Però non dimentica di essere un padre affettuoso e sistema in politica il figlio Cristiano, poliziotto di scarse capacità, che il papà trasferisce a Montenero di Bisaccia per curare l'elettorato più fedele. La truppa dipietrista è formata da transfughi dei partiti della Prima Repubblica. Nel secondo governo Prodi, Di Pietro fa il ministro, ma bombarda con i suoi parlamentari il quartier generale e soprattutto Mastella. Senza Veltroni sarebbe già finito.
Il nuovo leader del Pd proclama la fine delle alleanze a sinistra ma sceglie come compagno di cordata l'ex pm. Qui inizia la terza carriera del pm di Mani pulite. Assedia il Pd dall'esterno e dall'interno. Gli impone lo scontro frontale, mette a frutto le sue relazioni con il mondo dei media e dello spettacolo accesamente anti-berlusconiani. La nuova ondata sulla questione morale che investe il Pd lo vede come protagonista dell'assalto ai democrats. Veltroni, inspiegabilmente, non sa come liberarsene.
La ditta Di Pietro intanto allarga il suo raggio d'orizzonte. A Napoli viene fuori che un suo protetto, il dr. Mautone, dispone come crede di appalti pubblici e che Cristiano Di Pietro gli telefona incessantemente. Di Pietro dapprima scarica il figliuolo, poi lo protegge. Intanto fa proseliti per il partito a cui propone il salto nella grande politica. Non bastano più Giulietti, l'uomo di Veltroni specialista di affari Rai, né l'ex sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, specialista di niente. Nella squadra di Di Pietro entrano Pino Arlacchi, una stagione d'oro quando era capo della Polizia Vincenzo Parisi e un fallimento quando gestì l'anticorruzione per conto dell'Onu, Stefano Passigli, costituzionalista ed editore non rieletto dal Pd, e il movimentista Paolo Brutti, sindacalista d'assalto.
Il partito dipietrista diventa uguale agli altri. Molti palazzi di giustizia sono felici ma alcune procure lo stanno aspettando al varco.