Tutte le sfide che dovranno vincere il giovane Jaki e Sergio l’americano

Se qualcuno pensa che sia un caso, si sbaglia. La Fiat che annuncia l’acquisto della Chrysler nel giorno del giuramento di Barack Obama non è una coincidenza. È la rappresentazione della genialità di Sergio Marchionne che, con questa operazione, ci annuncia di essersi scelto un nuovo azionista.
Che è quello lì che si visto per tutto il giorno sugli schermi televisivi di oltre un miliardo di persone: Obama, appunto, nuovo capo del governo e dello Stato che nella Chrysler ha appena investito 4 miliardi di dollari per salvarla dal crac. Obama che parla di cambiamento e ripresa, i due ingredienti di cui l’auto ha un disperato bisogno per avere un futuro. Ripresa per un settore dove non tornano più i conti tra i costi di produzione e un mercato saturo e bolso. Cambiamento per pensare e produrre automobili moderne, che consumino, inquinino e costino meno.
Per capire la sfida di Marchionne e della Fiat bisogna partire di qui. Prima ancora di ogni considerazione sulle ricette per il salvataggio delle grandi aziende automobilistiche, la mossa del manager appare la più prospettica possibile: avvicinare la Fiat all’auto Usa proprio quando questa è più debole che mai potrebbe apparire un harakiri. Invece è un’opportunità irripetibile: quella di salire sul treno di Obama, magari attirando in futuro anche la Peugeot e creando così un gruppo in grado di attirare gli incentivi pubblici (dei quali si a parlato a livello europeo proprio ieri a Parigi) da più fonti possibili. Sia chiaro: così Marchionne non «salva» la Fiat, che rimane con gli stessi problemi di prima. Non solo, ma personalmente se ne carica di nuovi: alla vigilia della presentazione, domani, di un bilancio 2008 che vedrà l’utile ridursi a 1,7 miliardi dai 2 del 2007, con un trend però ben peggiore (margini dimezzati nell’ultimo trimestre dell’anno), l’ad del Lingotto non esista a caricarsi sulle spalle i problemi occupazionali e sociali che rischia di trovarsi in Michigan, ad Auburn Hills, casa di un sindacato tra i più agguerriti. È un rischio, una scommessa da giocare però senza troppe esitazioni, ora o mai più.
Ma Fiat-Chrysler è anche l’operazione di Jaki Elkann: la prima grande intesa del dopo-Agnelli nasce dalla testa del manager più vulcanico mai visto al Lingotto, con l’appoggio del delfino tra gli eredi della fortuna di famiglia. Per entrambi è una sfida decisiva, anche per Jaki, consapevole che se la cosa funziona, la famiglia sarà destinata a diluirsi dentro al capitale di un grande gruppo mondiale. Una scelta già accettata, che da ieri diventa però, più vicina.
Gli Agnelli, un tempo, avevano l’Avvocato che parlava e decideva per tutti. E se qualcuno osava tirarsi indietro, il fido Gianluigi Gabetti sistemava le cose. Questo mondo non esiste più, sostituito da una sorta di assemblea di famiglie quali Camerana, Brandolini, Nasi, Avogadro, che hanno in John Elkann il loro rappresentante nella holding (la nuova Exor). Ma è l’intero meccanismo «sociale» che è cambiato: ai tempi dell’Avvocato essere un Agnelli, con o senza poltrona in qualche cda della conglomerata, voleva dire avere soldi e status. Quest’ultima virtù, impalpabile, era come un «punto di forza per l’esteriorità»: non c’era bisogno di spiegazioni per nulla. Oggi i soldi, quelli «veri», li hanno fatti in tanti lungo le due ultime generazioni di imprenditori italiani. E quello status, senza l’Avvocato, si sbiadisce sempre più. Restano i 100 parenti di Elkann, ancora appesi ai dividendi della Fiat, ma pronti a diversificare alla prossima occasione. Perché è nelle cose. Con questa operazione resterà, però, la Fiat. E l’impressione è che Elkann, per anni seguito e consigliato da Gabetti, possa giocarsi il suo attuale ruolo di azionista, pur sempre più piccolo in prospettiva, guardando alla stessa auto come approdo finale. Unica continuità possibile con il glorioso passato.