Tutti gli altri Saviano che non vanno in tv

Non sono star mediatiche ma combattono da anni la camorra dalla trincea
dei giornali. Con le loro inchieste scomode hanno denunciato crimini di
ogni sorta. E per questo sono finiti nel mirino dei clan. E persino
dello stesso scrittore

nostro inviato a Caserta

Cronisti di guerra, e di camorra. Sgobbare al fronte, dove tieni pure famiglia, non è uno scherzo. Scrivere di killer o latitanti ergastolani che circolano a due passi dal giornale, farebbe ritrarre le dita dal pc a molti cronisti di grido. Ogni mattina esci di casa e preghi. Ti guardi le spalle, certo. Ma devi pure campare, e per campare devi faticare. Quindi ti affidi al destino. Che puntualmente riserva ai giornalisti di Napoli e Caserta una dose d’insulti telefonici, le ruote dell’auto bene affettate, incontri poco piacevoli finanche in redazione. Senza contare la corrispondenza anonima recapitata di buon’ora sulla scrivania: buste francobollate con cervella d’animale, bossoli, immagini insanguinate, crocifissimi e crisantemi. Può andare anche peggio. A qualcuno hanno sparato, qualcun altro s’è svegliato per la bomba sotto l’auto, altri in un’aula di tribunale hanno incassato sputi, pugni e calci dai tifosi del processato di turno.
I piccoli grandi Saviano che nessuno fila e di cui ci si ricorda solo per la fatwa televisiva lanciata dallo scrittore di Gomorra contro i quotidiani locali, a suo dire teneri coi boss, hanno in comune una lucida follia, la passione smisurata per la notizia, la voglia di contribuire a dare un futuro diverso a questa «terra martoriata», per dirla con Tina Palomba, la nerista di Cronache di Caserta che ha orgogliosamente rivendicato l’onestà intellettuale di quei kamikaze anticamorra, e non sono pochi, che raccontano l’inferno stando sul posto.
Arnaldo Capezzuto, oggi redattore a Epolis, ieri al foglio Napoli Più, è un esempio. Quando il boss Salvatore Giuliano sparò ai killer che lo volevano ammazzare e per sbaglio uccise la piccola Annalisa Durante, Arnaldo iniziò a battere ogni marciapiede di Forcella. Ficcò il naso ovunque, chiese a chi non doveva chiedere, scrisse quel che i Mazzarella non volevano leggere. «Subii minacce e avvertimenti irraccontabili - racconta -. Mi pedinarono anche. All’ennesima intimidazione ("farai la fine di quello stronzo di Giancarlo Siani") ho accelerato e mi sono impegnato ancor di più. E ho scritto che i boss intimidivano i testimoni, che infatti arrivavano in aula e ritrattavano. Così mi hanno affrontato in aula, non vi dico le parole che usarono, i gesti che fecero... ». Di fronte a quelle parole e a quei gesti, Arnaldo non ha abbassato lo sguardo. E la testa. «Vi denuncio» ha detto. E l’ha fatto. «Sapete com’è andata a finire? Sono stati rinviati a giudizio tutti e cinque per minacce e violenza. Sia chiaro: non sono un eroe, non ho bisogno di visibilità, non cerco soldi facili. Sono un giornalista che vive e lavora in un contesto molto delicato. Ed è proprio per continuare a denunciare la camorra in questo modo che ho rinunciato alla scorta». Che invece è stata imposta a Carlo Pascarella di Buongiorno Caserta, già cronista al Giornale di Napoli, considerato dai carabinieri il vero incubo mediatico dei casalesi. «Non ci si fa il callo alla paura - scherza - ma sono 14 anni che subisco attentati, minacce, pressioni pazzesche. Iniziarono a bersagliarmi nel ’98 quando attaccai gli attuali capi, Iovine e Zagaria, gli stessi che poi mi presero di mira nella famosa telefonata (che registrai) trasmessa da Annozero e Porta a porta. Poi sono passato a scandagliare le malefatte delle cosche Lubrano, Ligato e Nuvoletta, anche perché volevo contribuire a inchiodare i sicari del collega Siani. Da allora, nell’ordine, hanno bruciato il mobilificio di mia sorella a Pignataro Maggiore. Poi hanno fatto saltare in aria un tir dell’azienda di famiglia, quindi dopo un’inchiesta su Pignataro che definivo la Svizzera della camorra, ho ricevuto una cartolina da Zurigo con un consiglio da amico: “Ora basta, stai attento”. Ecco, si vive così da queste parti. Si vive combattendo». Pascarella è scortato notte e giorno, un’esistenza da incubo, la sua. Ma non ha alcuna intenzione di abbandonare la terra di famiglia. «Voglio che mia figlia Francesca cresca in un mondo migliore, anche per questo io e tanti colleghi, in silenzio, ogni giorno, restiamo e resistiamo in questo far west riportando ciò che più disturba i boss. Molti colpi sono stati portati ai clan, e un po’ è anche merito nostro. Non ci fanno paura, ora sono loro, i casalesi, a temerci». Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola sono compagni nella vita, colleghi nel lavoro, uniti nelle avversità: guidano insieme La Voce delle voci, il mensile d’inchiesta con il più elevato numero di intimidazioni. Da decenni bastonano i clan, puntando però a livelli più alti: ai grandi appetiti degli appalti, del riciclaggio, del traffico dei rifiuti. Alle infiltrazioni dei clan nel nord. Scrivono senza timori. Vanno sui posti, domandano, rompono le scatole. E sulle loro pagine lasciano sfogare collaboratori preparati e coraggiosi, come Bruno De Stefano, assunto a City: «Spesso la camorra ci ringrazia come meglio crede - taglia corto Cinquegrani - bruciandoci le macchine, telefonando e minacciando, inviando in redazione messaggi di morte. Fino a poco tempo fa nessuno sembrava scandalizzarsi, era la norma. Il nostro avvocato non andava più a denunciare le continue intimidazioni mafiose dopo che un inquirente, scocciato dall’ennesima sollecitazione a indagare, gli consigliò di farci cambiare paese per vivere più sereni. Adesso l’aria è cambiata, ma fare giornalismo con la camorra dei Polverino e Nuvoletta accanto, è impresa doppiamente complicata». Senza snocciolare gli imprevisti capitati nel tempo a un caposcuola come Gigi Di Fiore, inviato del Mattino, autore del dettagliatissimo bestseller I Casalesi o alla collega Rosaria Capacchione, corrispondente «blindata» da Caserta, basta dare la parola a Roberto Paolo del Roma, uno di quelli che se l’è vista brutta direttamente in ufficio: «Capita spesso che in redazione arrivino camorristi e malintenzionati, anche armati. Accadeva ai tempi in cui lavoravo a Caserta e insieme al collega Raffaele Sardo scoprimmo come avveniva lo scarico, attraverso i fertilizzanti, dei rifiuti tossici provenienti dal nord. Capita spesso di veder arrivare gente che urla, che vuole farsi giustizia da sola, che minaccia di fare a pezzi questo o quel giornalista. Un giorno i colleghi mi nascosero in bagno perché un tale entrò in redazione intenzionato a spararmi alle gambe a causa di ciò che era stato pubblicato. Si fece stanza per stanza ma grazie a Dio non entrò in bagno... ».
E che dire di Enzo Palmesano, l’ex esponente di An pioniere delle inchieste anticamorra, recordman di attentati? È diventato un dead man walking, un morto che cammina. Se l’ultima maxi retata contro il clan dell’agro caleno è andata in porto, è in gran parte merito suo. Lo ha riconosciuto pubblicamente sia il pm Conzo che il colonnello Carmelo Burgio, l’ufficiale dei carabinieri che ha decimato il clan dei casalesi finendo le pulizie di primavera con l’arresto del boss Setola. Quarantott’ore dopo la conferenza stampa con gli elogi al cronista che non ama la ribalta, la camorra ha provato a bruciargli la macchina. Ma in piena notte quel testardo di Enzo è volato giù da letto e al buio è corso incontro ai camorristi: ha salvato l’auto e la pelle, per l’ennesima volta in 25 anni d’onorata carriere.
La propria macchina l’hanno vista invece bruciare Antonio Casapulla e sua moglie Debora, di Cronache di Caserta. Un brivido freddo per le frasi pronunciate dai parenti di un killer, l’ha provato nei corridoi del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Giovanni Maria Mascia, addetto alla giudiziaria per la Gazzetta di Caserta. A Francesca hanno devastato casa dopo un’intervista sgradita, a Vanna, dalle parti di Nocera, spararono cinque revolverate sulla porta di casa. Chi più chi meno, in tanti hanno avuto a che fare con l’ira dei boss. Eroi per caso, innamorati del proprio lavoro, quanto al coraggio è una scelta obbligata. Di Saviano e delle sue invettive contro giornali e giornalisti locali, nessuno vuol parlare. Da semplici addetti alla cronaca disdegnano tutti, ma proprio tutti, il nuovo, irriconoscente, professionismo antimafia.