Tutti blaterano di libertà Ecco come averla davvero

Da destra a sinistra i partiti usano la parola per sedurre gli elettori Ma ci sono alcuni facili «trucchi» per capire chi fa sul serio e chi no <br />

Negli anni Settanta il marchio più richiesto sul mercato delle idee era il socialismo, con molte, infinite varianti, da quelle rispettabili e socialdemocratiche a quelle rivoluzionarie e persino terroristiche.
Oggi il marchio più richiesto è quello liberale. Anche l’estrema sinistra se deve concepire un nuovo nome sceglie «Sinistra e libertà». L’Udc di Casini sostituisce la lettera «C» della sua sigla spostandone il significato da cristiano a centrista, ma vuole mantenere lo scudo crociato con la parola latina Libertas bene in vista. Il Popolo della libertà segue la tradizione della Casa delle libertà e l’intero Web, Internet, Facebook, i siti e i blog pullulano di liberali: nuovi e vecchi liberali, liberisti, libertari, liberaldemocratici, lib-lab, e io stesso per anni ho tenuto in vita una newsletter che si chiamava «Rivoluzione dei nuovi liberali». I liberali sono tirati per la giacca sia da destra che da sinistra proprio perché tutti, in tutte le aree politiche, si rendono conto che il fascino della parola è tale perché evoca contenuti di cui si sente la necessità, una necessità vissuta con una percezione di carenza, di deficit.
Dunque oggi, diversamente da quel che accadeva quaranta anni fa, ciò che tira è la libertà, non il socialismo, non il comunismo, non il fascismo, non la socialdemocrazia, nessuno degli «ismi» e delle loro sottomarche. Come alcuni lettori del Giornale ricordano, io ho personalmente iniziato un mio percorso politico in questo senso che mi ha portato dal Popolo della libertà al Partito liberale, di cui sono stato eletto vice segretario alcuni mesi fa, ma non è certo di me che voglio parlare. Piuttosto vorrei cercare di offrire quel che io ho capito cammin facendo, quel che avverto nell’aria.
Libertà, dunque. Non è una parola facile? È una parola così innocua, così condivisa, così banale. Va bene per i partiti, ma va bene anche per nominare piazze e strade. Io ho chiamato libertà una figlia, ma all’inglese, «Liberty», in omaggio a «miss Liberty» come gli americani, fra cui mi metto anch’io un po’ sfrontatamente, chiamiamo la statua che dà il benvenuto a New York. Ma che cosa ha la libertà di speciale se è una parola tanto ingenua, tanto innocua?
Questo è il punto. E vorrei rispondere con una domanda: libertà di che cosa?
Essere liberi vuol dire poter fare che cosa? Andare al mare? Amare chi si vuole? Studiare ciò che si desidera o praticare uno sport, o vivere senza dover render conto a nessuno? Forse, anche. Ma questi ed altri simili esempi non satollano la mente che resta a chiedere: libertà di che?
Io, da tempo, una risposta me la sono data ed è una risposta semplice, talmente semplice che suona deludente. Quando uno vuole la libertà, penso, intende libertà di scegliere. E qui si torna da capo: scegliere fra che cosa? Che genere di scelta? A questo punto mi sento più agguerrito nella risposta (non pratico sempre la religione del dubbio, preferisco quella della certezza dei valori) e mi sento di dire: si tratta della libertà di scegliere consapevolmente fra «almeno» due possibilità.
Esempio semplice. Vado al supermercato e mi trovo davanti a uno scaffale pieno di biscotti, paste alimentari e accanto ho il frigorifero dello yogurt. Devo scegliere una scatola di biscotti, una pasta, uno yogurt. Che faccio? Posso regolarmi esteticamente: scelgo la confezione più seducente. Oppure scelgo ciò che mi ha suggerito la pubblicità più gradevole e accattivante. Oppure leggo le etichette. Guardo la composizione, la scadenza, gli zuccheri, gli additivi colorati, la marca nella sua affidabilità storica e l’immagine commerciale, guardo le calorie, i grassi, i glicidi, la quantità di caffeina, i diversi profumi, e così via. Scelgo, ma lo posso fare se, e soltanto se, ho a disposizione criteri di scelta: etichette, informazioni attendibili, disposizioni del medico per la mia salute, informazioni chiare sul prezzo in relazione alle mie disponibilità.
Dunque avere la libertà di fare una buona spesa al supermercato, operando le scelte giuste, significa disporre di informazioni che permettano di scegliere realmente e non di accodarsi a una fila di acquirenti di un prodotto ignoto e scintillante.
Non voglio tirarla per le lunghe: voglio dire una cosa semplice, ma un po’ meno ovvia della semplice proposizione secondo cui è meglio essere liberi che schiavi. E la cosa da dire è questa: che si devono soddisfare due requisiti, entrambi necessari ma ciascuno insufficiente senza l’altro, per essere liberi e volere la libertà di tutti, dunque essere liberali. Il primo è che ci sia di che scegliere fra diverse offerte. Il secondo è che l’esercizio della libertà di scelta avvenga sulla base di un libero e completo accesso ad informazioni garantite. Il venditore della pasta non può scrivere che non ci sono grassi nel suo prodotto se invece ci sono (pena la prigione), o non può negare la presenza di elementi conservanti chimici e così via.
Io ho il diritto – il primo diritto della libertà – di sapere fra quali opzioni posso scegliere e con quale criterio seleziono ciò che mi porterò a casa, da ciò che lascerò sul banco. Ciò deve essere garantito da regole, leggi, ma anche da una cultura della libertà intesa come esercizio del diritto di fare del bene a se stessi, il diritto a ottenere il meglio ed essere felici. Il diritto alla felicità è l’altra faccia del diritto all’esercizio della vera libertà. Oltre, ovviamente, al dovere complementare della responsabilità che consegue al diritto di scelta: tu hai deciso di fare così? Bene: le conseguenze, buone o cattive, ricadranno su di te. Non potrai invocare responsabilità del tiranno, della società malvagia, o di altre entità: sarai tu responsabile, libero e responsabile.
E quando mi trovo di fronte a scelte ideali, che succede, chi mi guida e come e con quali criteri? Quando devo scegliere una amministrazione? E una scuola per i miei figli? E un luogo per le vacanze? E un corso di lingue? E gli esami clinici per vivere più a lungo? E sulla base di quale criterio io sceglierò un partito cui darò il mio consenso? E un uomo (o una donna) cui darò il mio consenso? E di quale trasmissione televisiva mi potrò fidare perché è garantita nei suoi contenuti e di quale mi fiderò, invece, soltanto per la simpatia che mi ispira il conduttore? Sceglierò sulla base di suggestioni o di conoscenze?
È dunque ovvio che non si può seriamente dichiararsi liberali e volere l’esercizio della libertà per tutti, sempre e comunque (con i limiti imposti dalle leggi, frutto del lavoro dei rappresentanti liberamente eletti), se non si dice con chiarezza che cosa si intende fare per provvedere a tutti i cittadini sia la pluralità delle scelte che i criteri e le informazioni per scegliere. Se mancano questi elementi la libertà è una parola per lapidi, per discorsi celebrativi, per marmi funerari. Se la libertà poggia sul primato della conoscenza e del libero arbitrio, allora sì, è libertà. Altrimenti si tratta di vuote chiacchiere, carta luccicante per cioccolatini avariati. Il discorso naturalmente non finisce qui, anzi si può dire che sia appena iniziato, ma un articolo è un articolo e non un saggio noioso che violerebbe la libertà di leggere il giornale con animo leggero.