Tutti in camicia nera Parte da Rapallo la nuova marcia su Roma

Paola Setti

Provateci voi, a pranzare con i fascisti. Che all’antipasto ti dicono che Rifondazione è sempre meglio di An, perché gli avversari si rispettano ma i «badogliani traditori» no, per non parlare poi dell’Alessandra, chiamatela Scicolone come mamma Maria perché del cognome del nonno «non è degna». E che al caffè ti hanno quasi convinto che quest’idea del lavoratore che partecipa al capitale dell’impresa non è mica poi sbagliata e forse non è neppure utopica, basterebbe volerla tutti per applicarla con tanti saluti al capitalismo.
Le 13 di sabato a Rapallo. Ti aspetti un saluto romano, arrivano le lasagne. Salvatore Perre dice che la «Trattoria del Sole» la puoi citare tranquillamente nell’articolo, tanto qui lo sanno tutti che lui è uno dei primi iscritti ai Fasci italiani del lavoro. Chi ha paura se mai è la gente, avverte Elvira Tormene sorella di Nestore, che dei Fasci è vicecoordinatore nazionale. Dice che firme per la presentazione delle liste elettorali ne raccoglierebbe il doppio se non fosse che poi restano agli atti, i vigili vengono un po’ a controllare chi sei e allora chi te lo fa fare.
Oggi i camerata sono arrivati qui da tutta Italia, Modena, Palermo, Firenze. Perché i Fasci, cento iscritti in Liguria mille in Italia, si presentano alle politiche e bisogna decidere chi candidare. «Siamo l’alternativa a marxismo e capitalismo» spiega Claudio Negrini il coordinatore nazionale. Lo slogan parla da sé: «La sinistra che mancava, la destra che non c’era». Ce l’hanno di più con la destra. I comunisti li conoscono e li evitano, anche se ai tempi dell’Msi ai comizi ci andavano con lo stoccafisso sotto la giacca, che sapevano che «i rossi» sarebbero venuti a picchiarsi e lo stoccafisso non è un’arma ma in testa fa male come «San Manganello, che fa tante grazie». Ma Gianfranco non glielo nominare e l’Alessandra è presto detto: «Prima sottostava alle decisioni di Fini che trattava con Berlusconi, ora va lei direttamente a trattare con Berlusconi». In Liguria è lo stesso, «questi di An son saliti sulle nostre spalle, sono arrivati in alto e poi ci hanno disconosciuti» lamenta Nestore. Epperò salva Gianni Plinio, «è un amico da troppi anni».
Si richiamano alla Repubblica sociale. Dice Giuseppe Ridulfo di Palermo che bisogna far politica sul territorio, prendete il programma di Giusy Catalano che due anni fa si candidò sindaco qui a Rapallo: incentivare attività lavorative non solo stagionali, salvaguardare i commercianti, migliorare le condizioni di vita degli anziani, e poi l’illuminazione, la viabilità, l’ospedale. Vogliono una Repubblica presidenziale, con un presidente eletto direttamente dal popolo, dotato di poteri esecutivi e sottoposto al controllo del Parlamento. Un Parlamento bicamerale a elezione popolare, con la Camera a rappresentare i partiti politici e a far le leggi, il Senato composto dalle categorie produttive. E poi la Socializzazione di cui sopra, con la cogestione delle imprese e la suddivisione degli utili fra le forze produttrici, dall’imprenditore al tecnico al lavoratore. «Il potere a chi lavora e produce con le braccia, i capitali, il cervello» dicono i volantini. «Son parole che nessuno dice ma che tutti attendono. Noi da veri fascisti abbiamo osato e oseremo ancora».
Ecco, questa storia che te lo dicono in faccia. Ma non erano vietati i fascisti in Italia? Negrini: «Problemi con la giustizia ne abbiamo avuti, ci hanno denunciati per apologia del fascismo per aver affisso manifesti che commemoravano la Marcia su Roma, ma siamo stati assolti perché il fatto non costituisce reato. Una vittoria». Le leggi, comunque, «non ci piacciono ma le rispettiamo, perché siamo italiani».
Se poi domandi com’è che uno diventa fascista rispondono che no, fascisti si nasce. E qui c’è chi è nato davvero, fascista: nel 1923, un anno dopo la Marcia su Roma. Nati con la camicia, ecco, nera però. «Secondo lei cosa potrei essere, se non fascista?» dice Giovanni Battista Taccini, Baciccia. Racconta di quando lo hanno arrestato nel 1945: «Mi domandai cosa avessi fatto di male, mi dissi che forse questi che mi giudicavano erano migliori di me. Invece sa una cosa? Io la democrazia l’ho imparata dopo, non c’era quando son nato. Ma se è questa, la democrazia, allora sono antidemocratico». Un mercato del lavoro che sfrutta invece di insegnare, la «gioventù» che «forse si iscriverebbe qui da noi se non ci chiamassimo Fasci del lavoro ma Fasci per non far niente», i clandestini che andrebbero aiutati nel loro paese e invece macché, la Bossi-Fini non è abbastanza di destra. E poi dai, parliamone del G8. Il più arrabbiato è proprio un giovane, Gianluca che ha 40 anni e «sono camerata perché ci credo»: «Io ho rispetto di chi la pensa diversamente da me e penso che si possa manifestare liberamente su tutto. Ma non è concepibile lo scontro fisico, né la distruzione: che c’entravano le auto della gente?».
Il resto sono ricordi. Quelli di Elvira ti fanno pensare che tu che diamine gli racconterai ai tuoi nipoti? La sua famiglia fu la prima ad arrivare in Etiopia, Desie, tre ore di macchina da Addis Abeba, perché il padre era Capitano degli Alpini. «Abbiamo portato la civiltà, le scuole e le strade, ma sempre rispettando le loro abitudini, la loro cultura». Era il ’41 quando gli inglesi mandarono gli italiani nei campi di concentramento. Suo fratello Nestore aveva 10 anni e finse di non poter camminare per non essere mandato in un campo di concentramento per uomini. La madre che poteva portare con sé roba per 40 chili portò via lui, nient’altro. Riuscirono a fuggire e sul viaggio di ritorno, 40 giorni in mare su una nave che portava 5mila persone, il padre tubercolotico non fu rimandato a terra solo perché il capitano finse di conoscerlo e lo abbracciò, «e questa è stata senz’altro opera di Dio» racconta Elvira. Poi fu proprio un inglese a salvare Elvira dalla rappresaglia partigiana. A lei restò il rancore, che suo padre fece due anni in prigione dopo la guerra «ma non aveva mai fatto male a nessuno». Il prete che la confessò le disse di non fare la comunione finché non le fosse passata la rabbia. Lei cambiò chiesa e fece la comunione: «Da allora con Dio ci parlo da sola». Teste dure, ecco. Il simbolo, per dire. È il fascio littorio perché, avverte Nestore: «Noi siamo fascisti e lo diciamo con la faccia pulita». Diceva Mussolini nel ’44 che «fra qualche tempo il fascismo tornerà a brillare all’orizzonte». Loro son gente paziente.