Tutti in coda per l’Arte

Vorrà pur dir qualcosa se lo scorso martedì sera, in una Milano fredda e in prossimità dell'aperitivo, cinquecento persone hanno occupato la sala conferenze del Pac e altre non sono riuscite ad entrare per ascoltare un critico che parlava d'arte contemporanea. È vero: il critico in questione era Germano Celant, già fondatore dell'Arte Povera e nota firma del mondo dell'arte. Tuttavia, è innegabile: l'arte contemporanea piace ai milanesi. Galleristi, collezionisti, artisti (senza dimenticare nomi della moda come Etro) ma soprattutto gente comune: tutti hanno voluto assistere alla prima conferenza del ciclo «Che cos'è l'arte contemporanea?». «Un successo travolgente: sembrava di essere a un concerto pop», si lascia sfuggire con entusiasmo Gemma Testa, presidente dell'associazione Acacia (Amici dell'arte contemporanea) invitata dall'assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory a collaborare all'organizzazione dell'evento.
«La città ne aveva bisogno - commenta soddisfatto l'assessore - Fino ad oggi abbiamo affidato al mercato il mondo dell'arte contemporanea. Rivendico invece una regia e un coordinamento strategico, condizione necessaria per realizzare le strutture dell'arte contemporanea». Leggi: il Museo del Contemporaneo che da anni Milano aspetta. Secondo Finazzer Flory, che sottolinea di essere il primo assessore pronto al dialogo con le gallerie, «collezionisti e galleristi a Milano hanno di fatto sostituito o surrogato l'intervento pubblico». Pertanto, ora è giunto il momento di sostenerli.
Ma come la pensano i diretti interessati? Massimo De Carlo, tra i maggiori galleristi milanesi attenti al contemporaneo, risponde: «Non sono affatto sorpreso del successo della serata al Pac: l'afflusso di gente dimostra che c'è un vuoto da riempire. Mai come adesso l'arte contemporanea ha parlato a un pubblico vasto, superando il gusto elitario degli anni Settanta ed Ottanta. Il vero laboratorio dell'arte contemporanea sono le gallerie: Milano dovrebbe sfruttare la loro energia e riscoprire la sua innata vocazione al contemporaneo».
Più duro il giudizio di Giancarlo Politi, direttore della rivista «Flash-Art»: «Milano è una città culturalmente curiosa e direi anche affamata e qualunque cosa si offra a livello istituzionale ha un grande successo. D'altronde a Milano non c'è nulla e quel poco che viene offerto va a ruba». E aggiunge: «L'arte contemporanea dal punto di vista istituzionale è totalmente assente; e quel poco che si fa è occasionale, clientelare e quasi sempre di basso livello. Qualcosa in passato hanno fatto le gallerie private, ma ora anche queste annaspano e giocano al ribasso. E senza una cultura della contemporaneità adeguata e di qualità, la città diventa sempre più triste e grigia». Diversa l'opinione di Mario Gorni, fondatore di "Careof", interessante associazione milanese che promuove l'arte contemporanea negli spazi della Fabbrica del Vapore: «Eventi come quello del Pac dovrebbero essere la norma, anche se non dobbiamo come al solito farci convincere dai numeri. Ci vuole più coraggio, quando si hanno delle cose da dire. In passato abbiamo perso molti treni, è vero, ma se decidiamo possiamo prendere gli aerei, no? Si tratta di crederci e di ben gestire le straordinarie risorse che i giovani della città sanno offrire, anche se troppo spesso sbattono contro i muri di gomma dei filtri e degli apparati».
L'ultima parola spetta agli artisti. I Flatform, ad esempio, sono una giovane coppia di video-artisti milanesi che all'estero più che a casa colleziona visibilità e premi (settimana prossima sarà a Rotterdam per l'"International Film Festival" ed è stata premiata al prestigioso "Screen Festival" di Oslo): «Milano resta provinciale -confessano -: manca un'offerta più articolata sul contemporaneo, c'è un vuoto istituzionale clamoroso a fronte di un valido impegno delle gallerie private».