Tutti condannati: la Gravina vince l'ultimo processo e lascia la città

Con la sentenza contro il boss Pepè Onorato e il suo clan si chiude la carriera milanese di uno dei pm che hanno fatto la storia della Procura: il Csm l'ha trasferita a Matera. Storia di un magistrato autonomo e caparbio

Ai tempi in cui alla testa dell'ufficio c'era Gerardo D'Ambrosio, i pm della Procura di Milano pensarono di fare un bel regalo al loro capo, prossimo alla pensione: un manifesto con i ritratti di ognuno dei sostituti. Per realizzare l'opera, un fotografo soggiornò a lungo in tribunale, e ogni magistrato - compreso D'Ambrosio, i suoi vice e tutti i pm - venne ritratto con la toga addosso, ed espressioni assai significative del carattere di ognuno. Quando il poster andò in stampa, mancava un solo ritratto, quello dell'unico pubblico ministero che si era sottratto all'iniziativa: Celestina Gravina, che interpellata ed invitata ad aderire aveva risposto «grazie ma non ci penso nemmeno».
La dottoressa Gravina è fatta così. Anche adesso che dopo ventisette anni lascia Milano, per andare a dirigere la Procura di Matera - la città dove è nata - lo fa senza cerimonie danzanti nè brindisi d'addio. Perchè è quel che nel selvaggio West si sarebbe definito un maverick, un animale senza branco. Non ha mai partecipato, a memoria d'uomo, a un convegno di corrente. Non si ricordano sue interviste. Le poche volte che ha scelto di andare a un convegno a dire la sua, si è capito chiaramente che una distanza considerevole la separava - culturalmente e caratterialmente - dal modo di pensare della maggior parte dei suoi colleghi. Questo non le ha impedito di svolgere un ruolo importante nella storia della Procura milanese.
Il suo ultimo processo, terminato venerdì con la condanna di tutti i principali imputati, è stato quello al boss della «mala» calabrese Pepè Onorato, che dal bar Ebony di via Porpora dirigeva traffici ed estorsioni. Su Onorato e i suoi accoliti - incriminati e oggi condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso, un reato che per anni a Milano non era più stato contestato - la dottoressa ha indagato a lungo. Al suo fianco gli investigatori della Dia di Milano. E anche durante le interminabili udienze del processo, gli uomini della Direzione antimafia sono rimasti - anche fisicamente - accanto alla dottoressa. Per aiutarla, per individuare insieme a lei, nella montagna di carte, quelle di volta in volta necessarie per rispondere alle eccezioni delle difese. Ma, probabilmente, anche per farla sentire meno sola.
Venerdì' sera, il tribunale presieduto da Gemma Gualdi ha letto la sentenza che condannava Onorato a venticinque anni di carcere, e a condanne pesanti i suoi luogotenenti e i suoi gregari. Questa mattina, Celestina Gravina era già nel suo nuovo ufficio di Matera, a dirigere una piccola procura fatta solo di magistrati donne. A chiedere il trasferimento al sud è stata lei: un po' per provare una nuova esperienza, un po' per tornare alle sue radici, ma forse anche perchè non si ritrovava più nel new deal della Procura milanese. Alle spalle si lascia inchieste che hanno scavato in profondità nel mondo del crimine organizzato al nord. Ma si lascia anche una delle indagini più toccanti per la vita recente della città. Era lei ad essere di turno la mattina dell'8 ottobre 2001, quando sulla pista dell'aeroporto di Linate un Md10 della Scandinavian Airlines entrò in collisione con un piccolo aereo privato. Per dare una spiegazione a quei 118 morti, Celestina Gravina si addentrò in un mondo complesso e a lei quasi ignoto, quello dei regolamenti e delle prassi che stanno dietro al trasporto aereo. Solo in quel modo, pensava la dottoressa, si poteva capire quali mostruose falle avessero reso possibile la tragedia. La risposta fu che molti, ognuno per la sua parte, avevano con le loro negligenze reso possibile lo schianto. Leggendo le carte di quel processo, si nota che anche in quel caso - così lontano dai suoi consueti terreni professionali, affollati di droga e di mafiosi - la dottoressa Gravina aveva messo in pratica il suo solito modo di pensare e di procedere: secondo cui, se si vuole sperare di afferrare davvero la verità, non bisogna dare niente per scontato.