Tutti contro Ammaniti sul terrazzo di casa Bellonci

Ecco qui davanti a me i tredici libri che partecipano alla competizione letteraria della LXI edizione del Premio Strega. Due libri hanno suscitato in me un inconsueto disagio, e dirò subito il perché: Mal di pietre di Milena Agus (Edizioni Nottetempo), malgrado le serenate di violini amici, con quella ridda di nonni, nonne, madri, padri, zie, prozie ecc., e quelle intollerabili due o tre pagine di un’oscenità che nulla ha a che fare con il buongusto e la letteratura, ha fatto sorgere in me il sospetto che il successo di vendite ottenuto da questo libriccino, sia stato incrementato dal passaparola fra lettori sessualmente frustrati che amano leggere ciò che non riescono a fare. Un certo senso di Francesco Fagioli (Edizioni Marsilio), cercando con ossessiva e infine stucchevole regolarità strutturale, di divertire o angosciare con suggestioni sessuali da condominio e divagazioni metafisiche a livello liceale, riesce infine a suscitare soltanto noia. Quest’anno la lotta è quella per entrare nella «cinquina» dei finalisti, perché la palma, come tutti sanno, è riservata a Niccolò Ammaniti, che puntando di nuovo sul cannibalico apre il suo libro Come Dio comanda (Mondadori) con l’uccisione di un cane da parte di un figlio, mentre il padre vomita nel lurido cesso della loro stamberga i superalcolici d’infimo ordine ingurgitati; le centinaia di pagine che seguono sono perfettamente prevedibili nella loro imprevedibilità: infatti, dopo ogni svolta affabulatoria, il lettore non può non dire a se stesso: «Non lo sapevo, ma lo immaginavo». Attenti, amici, in letteratura, l’abuso sessuale, il pulp, il gusto dell’orrido e del repellente, a lungo andare suscitano soltanto insopportabile tedio.
Ma vi sono, tra i gareggianti, autori - per lo più fra i 30 e i 40 anni - che rivelano talento anche se non ancora compiutamente realizzato, insomma un’interessante fascia mediana di esordienti, o quasi. Così Rosella Postorino (La stanza di sopra, Neri Pozza) con una storia di angoscia, e dolente aridità spirituale alleata di una reattività esclusivamente corporea, ma riscattata nella pagina da un impegno stilistico quasi parossistico, quindi troppo insistito ed esibito. Fabio Geda (Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani, edizioni Instar) è un testo d’indubbia efficacia affabulatoria; l’autore ha commesso però un errore: quello di tentare, con l’uso continuo della prima persona, la mimesi linguistica di un tredicenne romeno che vuole tornare al suo paese, con il risultato di attribuirgli un linguaggio quasi sempre inadatto alla sua condizione e formazione. Andrea Ferrari (Passaggi di tempo, Fazi) è il libro più ambizioso del gruppo, ma fantasia e metafisica, alquanto ovvie, rischiano di trasformare i due protagonisti in stereotipi concettuali, e volendo farne fantasmi carichi di significato li fanno pericolosamente assomigliare a improbabili anche se eleganti manichini.
Di ambizione notevole e il rischio di apparire edificante, dà prova Silvia Bonucci con Gli ultimi figli (Avagliano), che pone problemi psicologici e sociali di tutto rilievo, impersonati da due fratelli e dalle loro diverse scelte esistenziali. Economia delle cose (Fandango) di Elena Varvello è forse il testo più maturo di questo «gruppo», in virtù di una pregevole disinvoltura e scorrevolezza della scrittura che però talvolta incorre in qualche incidente linguistico, quale ad esempio un paio di espressioni del più corrivo linguaggio televisivo («fare la differenza», «una manciata di minuti»); ma tutti i racconti di questa silloge, a temi diversi ma gravitanti intorno a rapporti familiari difficili pur nella loro saldezza di fondo, sono d’una suggestione coinvolgente per la loro mai compiaciuta autenticità. Maria Stella Conte è riuscita a mettere in disaccordo (con La casa dei gusci di granchio, Baldini e Castoldi) persino i suoi due «presentatori»: Nadia Fusini parla infatti di «uno straniato timbro narrativo», Walter Pedullà, invece, di «una prosa accessibile ma mai corriva». Quale delle due definizioni è esatta? Inoltre l’atmosfera quasi sognante del libro, ha una conclusione da thriller esistenziale che non sembra accordarsi con la vocazione fiabesca dell’autrice. Con Carola Susani si sale a un livello notevolmente più alto. Nei suoi racconti, folti di personaggi che potrebbero essere propri d’una ispirazione minimalista, attingono però condizioni umane «universali» per la loro tesissima e struggente autenticità sottolineata da uno stile continuamente inventato: probabilmente il libro migliore di questa non straordinaria contesa.
Ma è ora di parlare dei tre «veterani» - per rilevanza del loro curriculum e non tanto, o non solo, per il loro divario generazionale - nei confronti di tutti gli altri: Laura Bosio (Le stagioni dell’acqua, Longanesi), Mario Fortunato (I giorni innocenti della guerra, Bompiani), Franco Matteucci (Il profumo della neve, Newton Compton). Il romanzo della Bosio è robusto, energico nello stile, a volte persino violento, una saga familiare priva di patetismi e umbratili trasalimenti. Lo stesso sfondo (quello delle risaie) propone questa tendenza a cogliere gli aspetti più duri anche se umanissimi della vita reale. Forse l’autore poteva evitare un eccessivo spazio dato a un certo saggismo da agrimensore. Fortunato intreccia vicende private e amori etero e omosessuali alle tragiche vicende dell’ultima guerra mondiale. Ma sembra che la lunga permanenza londinese abbia accresciuto il quieto e quasi flemmatico ritmo del suo stile, che a volte contrasta con il tumulto delle passioni e degli eventi bellici. Il suo libro di alcuni anni fa, Sangue, sembrava più incisivo e a anche più consono alle corde di questo fecondo narratore. Matteucci, di cui ho già parlato in altra occasione, scrive anche lui (malgrado il giudizio di Montefoschi esattamente opposto al mio) un «racconto lungo» notevolmente inferiore al suo bellissimo Festa al blu di Prussia di un paio di anni fa. Il mutamento fra i due libri è netto: si passa da uno stile tutto costruito su raffinati e imprevedibili nessi concettuali e linguistici, a una suggestiva ma monocorde volata sciistica, narrativa e onirica, dai monti al piano, interrotta da allucinazioni che forse corrispondono, per compensazione, ad ambizioni frustrate nell'intera vita del protagonista. E ancora un mutamento netto: dall’impressionismo ermetizzante del precedente romanzo, all’immaginoso espressionismo di questo secondo.