Tutti contro Calderoli: «Giù le mani dal Colosseo»

L’esponente della Lega aveva proposto al governo di vendere il monumento invece di attingere alle riserve auree

«AAA Vendesi Colosseo per rimpinguare le disastrate finanze pubbliche». Il più celebre tentativo di liquidare un monumento capitolino è probabilmente quello compiuto dal «principe della risata» Antonio De Curtis, alias Totò, che nel film «Totò truffa ’62» (1962) cerca di rifilare, assieme al suo complice Nino Taranto, la Fontana di Trevi a uno sprovveduto emigrato italo-americano. Uno sketch, quello del grande attore partenopeo, spesso citato per rappresentare un colossale raggiro, l’imbroglio più inverosimile. Ma questa volta le cose non sono andate esattamente così. L’ultima trovata di «finanza creativa» partorita dal governo Prodi infatti, la proposta di attingere alle riserve auree della Banca d’Italia per far calare il debito pubblico - subito bocciata dalla Bce - ha spinto il vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli, ad avanzare una soluzione «alternativa» sulla falsariga della guasconata di Totò, con la differenza che quest’ultimo, durante la serrata trattativa con l’ignaro acquirente, non pensava certo di investire per il bene comune i soldi che gli avrebbe fruttato la Fontana di Trevi.
«Quella riserva aurea - ha esclamato ieri Calderoli - su cui Prodi vorrebbe allungare le mani è frutto del lavoro dei cittadini e non può servire per finanziare le campagne di spesa pubblica. Teniamoci l’oro e oltre a Palazzo Chigi, compresi i suoi attuali abusivi inquilini, vendiamo in blocco il Colosseo e i Fori Imperiali e se non bastasse qualche altro vecchio sasso di Roma». Una provocazione forte, quella dell’ex ministro delle Riforme. Un paradosso per celare le difficoltà dell’attuale maggioranza. Passi pure quindi per la definizione di «abusivi» appioppata agli attuali inquilini di Palazzo Chigi - che nell’opposizione viene più o meno generalmente condivisa - ma sulla vendita dei monumenti che hanno fatto la storia e la grandezza di Roma, le parole di Calderoli hanno punto sul vivo l’orgoglio capitolino, specie pensando ai vecchi slogan leghisti del periodo «celodurista», «Roma ladrona» su tutti. Un epiteto, aveva più volte spiegato il leader del movimento Umberto Bossi, «rivolto alla Roma del potere e degli intrighi di Palazzo che toglie i soldi alla gente, non certo ai romani». Ma tant’è, quando si toccano i suoi simboli, l’anima popolare che caratterizza la «città eterna» non va troppo per il sottile. E così, se un attimo prima era il premier Romano Prodi a essere visto come una sorta di Attila pronto a razziare i tesori nazionali, ieri l’uscita di Calderoli ha fatto sì che i barbari ridiventassero nuovamente quelli della Padania, secondo un abusato schema campanilistico. «Sull’utilizzo delle riserve auree - ha tuonato l’esponente dei Verdi, nonché romano doc, Paolo Cento - si possono avere idee diverse, ma è inaccettabile il tentativo leghista di gettare nel dibattito la solita polemica su Roma usando toni barbarici. Quelli che Calderoli chiama “sassi” hanno reso Roma e l’Italia famose nel mondo, attirando milioni di turisti. Calderoli farebbe meglio a farsi un giro tra le splendide rovine della capitale». Nord e sud, Colosseo versus Madonnina, pajata versus polenta. E l’impressione è che questa volta, (o forse per una volta) la politica c’entri poco.