Tutti contro Golasa Traditore per Israele ebreo per gli ultrà

Eyal Golasa è un ebreo. Eyal Golasa è uno sporco ebreo. Eyal Golasa non lo vogliamo. Un bel mondo davvero quello del calcio italiano. Un mondo abitato, frequentato, alimentato da squadre e squadracce, da brigate e commandos, da feddayn e drughi, il nostro meraviglioso pubblico, la curva che nel cuor mi sta, il dodicesimo uomo, senza di loro non si può giocare. Eyal Golasa ha diciotto anni e non ha ancora capito dove è capitato. Ma sa da dove sta venendo via. In Israele urlano «è un disertore». Suo padre dice con rabbia: «È disonesto». La sua vecchia società, il Maccabi, lo vuole denunciare per “tradimento” contrattuale.
La vita calcistica di questo ragazzo dribblomane deve ancora incominciare e sembra già finita. Come accadde a Ronny Rosenthal rispedito al fronte dall’Udinese, dopo fasulle visite mediche: «Ha problemi alla schiena», spiegarono i medici, lo staff tecnico e i dirigenti del club friulano. Era l’anno millenovecentoottantanove e anche una terra abituata alle migrazioni e all’accoglienza aveva deciso di sputare addosso a un ebreo. Così avevano scritto sui muri della città. Rosenthal, con la schiena a pezzi, se ne andò in Inghilterra dove giocò 74 partite con il Liverpool, 88 con il Tottenham e 30 con il Watford, realizzando complessivamente 33 gol, nonostante la cartella sanitaria dell’Udinese. Poi toccò a Winter, un laziale di colore che veniva dall’Ajax. Un altro ebreo, come erano considerati ebrei, anche se non lo erano, tutti quelli della squadra di Amsterdam perché il club aveva ricevuto l’aiuto finanziario decisivo di Van Praag, noto imprenditore di religione ebraica.
Il cielo d’Europa era buio di guerre e di morti, Matthias Sindelar, detto Cartavelina per il suo fisico asciutto, quasi scheletrico ma con una forza e uno stile ineguagliabili, diventò il simbolo della ribellione civile al razzismo e al nazismo. Sindelar giocava con una fasciatura larga e rigida a protezione del ginocchio infortunato, fu quasi il suo segno distintivo. L’austriaco si rifiutò di alzare il braccio per il saluto ai gerarchi nazisti schierati in tribuna nello storico incontro tra l’Austria e la Germania, vinta dal Wunderteam 2 a 1 con un gol del Mozart del calcio, di Papiereine, carta velina. L’annessione alla Germania, la definizione di Ostmark, provincia orientale, furono la mortificazione per chi era stata, l’Austria appunto, al centro dell’Impero. Sindelar morì a trentasei anni, nel suo letto e accanto a lui giaceva l’italiana Camilla Castagnola, un’altra ebrea. La loro fine non venne mai chiarita.
Settant’anni dopo sembra che nulla sia cambiato. Eyal Golasa è il secondo israeliano ad avere la possibilità di giocare nel nostro calcio. Prima di lui toccò a Tal Banin arrivato a Brescia nel 1997. Se ne andò dopo un paio di stagioni senza sussulti ma con troppi guai fisici.
Golasa ha un cognome che non poteva far pensare ad altro se non al gioco del football. Ma il suo passaporto, la sua religione, diventano l’avversario più bastardo e più imbecille che si potesse prevedere. L’ignoranza dei razzisti, la volgarità degli antisemiti, l’intolleranza violenta degli estremisti di destra e di sinistra (controllate, a caso, gli ultras di Livorno, Verona, Bergamo, Roma, Barcellona, Madrid, Chelsea, Millwall) ha trasformato lo stadio di calcio in una discarica di pseudo ideologie. La moltitudine di facebook ha il suo slogan che respinge Eyal Golasa, gli insulti sono mille, il vomito di parole e di minacce trova la replica degli interneuti israeliani che invitano Golasa a non accettare la maglia, numero 15, di una squadra che conta quel tipo di tifosi. Anche il padre di Eyal ha aggiunto il suo bel carico da undici, così come il Maccabi. Qualche euro in più, un gol nel derby e altre giocate eccitanti potranno cancellare l’idiozia di parenti, affini e del popolo bue. In caso contrario Eyal Golasa emigrerà ma non sarà lui ad aver perso mentre i vigliacchi si nasconderanno nel branco. Ripenso a Matthias Sindelar e al suo ginocchio fasciato.