Tutti alla corte di Carlo Magno

«Padre» dell’Europa o sanguinario dittatore? Una biografia dell’imperatore

È il 25 luglio 755. Il clero, i nobili e il popolo si trovano fuori Parigi presso il monastero des-Prés, «dei prati». Scortano le spoglie di san Germano, il vescovo che dà il nome all’abbazia. Tra gli alleluia il corteo procede lento e austero verso la fossa dove il corpo del santo sarà inumato. Ed ecco che un bimbo - avrà sì e no sette anni - si stacca dalla folla e vi balza dentro. Possiamo immaginare il mormorio, qualche risata trattenuta, ma è niente in confronto a quel che accade subito dopo. Perché il bambino si china, raccoglie da sotterra qualcosa e nel sorriso che gli si dipinge sul volto manca all’appello un dente, quello che stringe fra le dita. Quel bambino irriverente si chiamava Carlo e sarebbe diventato Carlo Magno.
Il bambino ormai imperatore amava raccontare la scena del 755, offrendo un tratto d’umana quotidianità che stempera il fulgore della gloria di chi è stato definito il «faro» di un mondo. Perché il figlio di Pipino e Bertrada, il re dei franchi e l’imperatore «dei romani» incoronato nella notte di Natale è stato da sempre cantato come il pater Europae, il «padre dell’Europa». A coniare l’espressione fu un anonimo poeta di Paderborn e per secoli gli europei hanno guardato a Carlo come a un modello, a volte disputandosene l’eredità con una foga che sarebbe ridicola se non avesse alimentato odi nazionalistici: così fra XIX e XX secolo francesi e tedeschi facevano a gara nel produrre prove della sua appartenenza alla loro nazione.
Per la verità anche Carlo era piuttosto fiero della propria «nazionalità»: era franco e vestiva «alla franca», tanto che in un’occasione papa Leone III lo supplicò di vestirsi, per cortesia, come un romano, con la tunica lunga, la clamide e i calzari romani. E anche il titolo imperiale sottolineava la sua origine: «Serenissimo augusto, incoronato da Dio, grande e pacifico imperatore, governante l’Impero romano, parimenti per la misericordia di Dio re dei franchi e dei longobardi». Insomma dove guardava Carlo mentre fondava il suo Impero, steso dalla foce del Reno a Benevento, da Barcellona alle distese orientali della Pannonia? Guardava indietro, alla passata storia di Roma, o mirava al presente dominato dallo scontro-incontro tra germani e latini e quindi al futuro?
Tutto il vasto dibattito che si è sviluppato intorno a questo punto centrale - l’«europeicità» di Carlo - può essere condensato in due filoni fondamentali: da una parte chi ritiene che Carlo e il suo Impero abbiano rappresentato il primo nucleo dell’Europa, dall’altra chi crede esattamente l’opposto. Per esempio, chi sostiene la seconda tesi ricorda come l’Impero costituito da Carlo fosse l’imposizione di una supremazia politico-militare piuttosto che la risultante di un comune e volontario processo di fusione. Lungo questa linea c’è chi si spinge sino a equipararlo a Napoleone e persino a Hitler, ma questi paragoni vanno oltre il limite del lecito: è vero che con i sassoni pagani Carlo usò il bastone di ferro (tuttavia non si confonda la conquista militare con l’evangelizzazione), ma all’origine del suo astro non sta né un ego ultrapotenziato né una lucida follia ideologica.
Figlio primogenito di Pipino il Breve, nato nel 742 o nel 748, consacrato re insieme al padre e al fratello Carlomanno nel 754, unico re dei franchi dopo la morte dell’uno e dell’altro (768-771), vincitore dei longobardi (774), Carlo fu l’uomo che sfidò i musulmani di Spagna rischiando una catastrofe a Roncisvalle (778), che piegò l’audacia dei temibili guerrieri àvari e li spogliò del mitico ring, il favoloso tesoro custodito nel loro palazzo nelle steppe (795), il re che divenne imperatore (800) rivaleggiando con l’Impero di Bisanzio e che si spense tra le lodi di tutti nell’814.
Ma quale fu la sua grandezza? Per quanto illetterato - non sapeva leggere e scrivere né capiva la lingua colta, il latino - Carlo comprese la funzione irrinunciabile della cultura per il governo, promuovendola come mai era stato fatto prima di lui. Certo, si trattava di una scuola per nobili e per uomini - però alcuni casi di donne di eccezionale cultura mettono in guardia dai giudizi troppo netti - ma da dove si doveva cominciare? Sotto di lui prese forma la famosa «minuscola carolina», che è alla base della nostra scrittura, proprio delle lettere che state leggendo in questo momento, dacché l’antichità aveva conosciuto quasi esclusivamente la maiuscola. Si inventarono i segni di punteggiatura, collegando ritmo visivo e lettura a voce alta. Si diede l’impulso per la copia sistematica di opere e autori che altrimenti non sarebbero mai sopravvissuti. Si reinventò un sistema di controllo statale con i missi dominici, gli «inviati» che giravano per l’Europa a controllare e reprimere gli abusi.
Cominciò a riprendere fiato una legislazione unitaria, volta a superare il concetto di etnia per porsi sul piano dello stato territoriale, insieme alle prime importanti riforme monetarie e fiscali. Si supportò l’ortodossia religiosa e la riforma monastica, tanto da estendere a tutte le abbazie del continente la regola benedettina (di san Benedetto da Norcia, ma integrata da Benedetto da Aniane) mentre anche l’arte - dalla miniatura all’architettura - conosceva una prima rinascita.
Per tutti questi motivi l’appellativo di «grande» è legato in maniera indissolubile al suo nome. Tanto che la fusione tra giudizio e grafia ha prodotto una contaminazione unica nel suo genere, e Carlo Magno è noto anche come Carlomagno in Italia e Charlemagne in Francia. Unico, e «padre» nel bene e nel male.