Tutti in fila per spegnere una vita

Ieri sera, poco dopo le 20,30, bastava digitare la parola «Eluana» come termine-chiave per le nostre ricerche sui terminali delle agenzie di stampa per ottenere 1.186 (millecentottantasei) notizie che contenevano il nome della ragazza, tutte uscite nell’ultima settimana. Duecentosettantotto (278) solo ieri.
E sapete qual è la cosa impressionante? Che la maggior parte di quel fiume di parole era dedicata alla ricerca della fine della vita terrena di Eluana. Quasi una drammatica gara a candidarsi per essere i «dottor morte», una corsa a essere i becchini più umani e più bravi pronti ad accogliere la richiesta di papà Beppino. Prima la disponibilità della presidente del Piemonte Mercedes Bresso, poi le due aperture delle Molinette di Torino e dell’Ospedale Maggiore di Novara, poi l’appello dell’Associazione Coscioni al governatore campano Bassolino perché la Campania fosse disponibile anch’essa, fino all’ultima offerta, da Udine, da parte di una clinica privata.
La clinica friulana, l’ultima drammatica comparsa sul proscenio di questa storia, si chiama La Quiete. Chi la conosce assicura che è una struttura serissima, dove i malati sono trattati in guanti bianchi. Ma il nome è quasi un ultimo schiaffo semantico, uno scherzo verbale da giornale enigmistico, un ossimoro dialettico doloroso in mezzo al rumore che circonda da sempre questo caso dove il valore delle parole è sempre e comunque ribaltato. Ogni giorno si alza un po’ di più la voce e l’ultima struttura protagonista si chiama La Quiete. E forse non poteva che essere così in una storia di sanità si mobilita per dare la morte, anziché per cercare di ridare la vita.
A colpire, soprattutto, è il fatto che disponibilità e chiusure delle strutture sanitarie per far morire Eluana come chiede suo padre, sono cicliche. Un po’ come è successo per Piergiorgio Welby quando, dopo che un medico si è detto disponibile, ne sono spuntati subito altri, in una rincorsa molto triste e un po’ macabra alla morte.
Ecco, anche con Eluana sta accadendo la stessa cosa. Ma, se possibile, in modo che dà ancora più dolore. Almeno in chi crede che non spetti all’uomo togliere la vita, né ai giudici di decidere su questi temi. A un certo punto, se ricordate, qualche settimana fa avevamo già assistito a qualcosa di simile alla scena di ieri: si parlò di una struttura toscana, poi di una clinica a Chiavari, poi di nuovo in Friuli, della casa di riposo Città di Udine, come in una sorta di girone di andata della scelta della clinica pronta a far morire Eluana. Poi, il girone di ritorno, anche stavolta ciclico: l’atto di indirizzo del ministro del Welfare Maurizio Sacconi e le disponibilità iniziali che diventavano, un po’ alla volta, indisponibilità.
Ora, siamo alla terza fase: il riflusso. Cioè sembra tornata di moda (e mi scuso della volgarità del termine, perché in tutta questa vicenda tutto è lecito, fuorché scherzare) la corsa a dare la morte: e quindi Torino, e quindi Novara, e quindi Udine-bis, e quindi - chissà, magari, un domani, Napoli - e chissà mai chi altro si candiderà. Sperando che non sia il girone di non ritorno o che a qualcuno non venga in mente di fare sondaggi sulla clinica migliore per far morire Eluana, in una sorta di televoto del dramma.
Insomma, in tutte quelle agenzie (che nel frattempo sono diventate 1.190) c’è tutto fuorché quiete. Ma solo un rumore assordante di morte.