Tutti fusi per Walter

L’entusiasmo del giornalismo progressista per la performance di Walter Veltroni era previsto. Anche se alcuni eccessi, come l’articolo dell’Unità che presenta lo show del Lingotto quasi fosse una sfilata di Gucci Uomo, vanno oltre le attese.
Meno aspettato l'editoriale del Corriere della Sera a firma Dario Di Vico che definisce quella di Veltroni una piattaforma politica concreta perché cita tre volte Mario Draghi. La concretezza di una piattaforma è data dall'analisi della realtà in cui viene inquadrata, la similpassione veltroniana per slogan incastonati in reticenze e contraddizioni è il contrario della concretezza. Singolare ci è parso l'appello di Di Vico, poi, ad altri candidati «riformisti» a non sfidare Veltroni: la sfida per la leadership di un partito non è solo programmatica, riguarda le basi sociali, i gruppi di interesse che si mettono in movimento. Non è la stessa cosa essere sostenuti da Luigi Abete, Evelina Cristillin e Giuseppe Ciarrapico, o piuttosto dall'Unipol e dagli ultimi amministratori riformisti del Nord Est.
Il vicedirettore del Corriere è persona autorevole e intelligente, che pensa sempre con la propria testa. Però la recente fusione Unicredit e Capitalia con il consolidamento del controllo via Mediobanca di Generali pone il problema della costituzione di un enorme gruppo di potere non solo economico, in Italia. Da concorrente peloso quale è sempre stato, Carlo De Benedetti ha borbottato sul rapporto tra Unicredit group, Mediobanca e Generali pensando anche al peso che questa realtà acquisisce in Rcs-Corriere della Sera. Io credo che l'unificazione del grande gruppo milanese-tedesco con quello romano sia provvidenziale e il fatto che questo nuovo gruppo pesi in Generali sia l'unico modo per evitare la fine della compagnia triestina nelle mani di Axa. Diventano, però, più attuali le riflessioni di Alessandro Profumo sulle banche che non devono stare nei gruppi editoriali, compresa l'idea di vendere il Corriere a un editore tipo De Agostini.
Rimanendo sempre tra manovre di potere ed evento veltroniano, assai singolari mi paiono le dichiarazioni di Luca Cordero di Montezemolo su Veltroni. Forse un presidente di Confindustria non dovrebbe schierarsi neanche in una competizione elettorale: miopi sono state in questo senso nell'aprile del 2007 le piccole mosse filoprodiane di Montezemolo. Ma ficcarsi dentro la competizione per la leadership di un nuovo partito, sposando Veltroni, mi sembra ancora più singolare. Montezemolo di questi tempi si mostra un po' nevrotico: denuncia la politica melmosa, i sindacati dei fannulloni e poi esalta il decisionismo veltroniano. E non manca anche di lodare un Dpef abborracciato, di espansione della spesa corrente, senza tagli: sia pure con provvedimenti sociali e, in scala minore, per la competitività, apprezzabili. Tutto ciò mentre è aperta una trattativa sul tema decisivo, per la spesa pubblica, delle pensioni. Trattativa in cui la povera Cgil sembra avere perso la testa e il matrimonio con una divisa Rifondazione sembra spingere Romano Prodi nell'abisso. In questa situazione, per il bene degli associati, al di là di possibili futuri politici, Montezemolo dovrebbe riflettere bene prima di parlare.
Lodovico Festa