Tutti i buchi neri dell’affaire Siemens-Italtel

Gianmarco Chiocci e Gianluigi Nuzzi

Giuseppe Parrella, ritenuto dai magistrati altoatesini uomo di raccordo tra Siemens Ag e il gruppo Stet per la cessione della quota in Italtel definita con l'accordo del maggio 1994, copre «personaggi facenti parte degli organi gestionali e decisionali delle società italiane a capitale pubblico», ovvero Stet e Iri, «che potrebbero aver incassato tangenti». L'atto d'accusa contro uno dei personaggi chiave già di Mani pulite con 140 miliardi incassati e distribuiti anche a politici, è contenuto in una delle ultime rogatorie avviate dalla procura di Bolzano, tramite il ministero della Giustizia, in Inghilterra e Germania per conoscere i conti segreti di Parrella. E smentisce clamorosamente quanto finora Parrella ha sostenuto per smarcarsi dalle indagini sulle tangenti pagate per chiudere l'affare. Anzi, i magistrati ritengono che la versione finora data negli interrogatori sia una chiara mossa per sviare l'inchiesta. Parrella sostiene che a fine del 1994 venne interpellato da un consulente della Siemens, Peter Schuch, che gli riferì dell'interesse di Siemens per Italtel coinvolgendolo nell'operazione. Parrella aggiunge di aver chiesto 15 miliardi per il suo intervento, chiudendo poi a 10. In pratica l'1 per cento esatto delle commesse vinte ogni anno da Italtel. A quel punto, prosegue Parrella, mise in contatto Schuch con il responsabile della struttura Stet per gli affari internazionali e ne parlò con l'ad Ernesto Pascale, scomparso nel 2005. Ora, per gli inquirenti, la storia non sta in piedi. Innanzitutto perché non ha senso che Schuch possa aver chiesto l'intervento di Parrella a fine del 1994 quando l'operazione era già chiusa dal 12 maggio. Ma al di là delle date è convinzione degli inquirenti che Parrella indicando Schuch abbia voluto quale anello di congiunzione con i vertici Stet per l'operazione con la Siemens Ag, «coprire il coinvolgimento in detto affare di personaggi, facenti parte degli organi gestionali e decisionali delle società italiane a capitale pubblico che, come Parrella, potrebbero aver incassato tangenti, nell'ordine di svariate decine di milioni di marchi, beneficiando del reticolo societario creato dallo stesso Parrella per occultarne l’origine».
Ma a smentire Parrella sono soprattutto i documenti. Sequestrati da oltre 200 investigatori della polizia tedesca nel blitz dello scorso novembre negli uffici Siemens. E da queste carte emerge l'intenzione, quasi un'ossessione, del gruppo tedesco di acquisire una partnership nel mondo delle telecomunicazioni statali italiane con l'obiettivo quindi di aggiudicarsi uno dei settori tecnici all'avanguardia nel campo mondiale della telefonia mobile. E in nessun documento viene messo in risalto il ruolo di Schuch. Anzi. Dalla corrispondenza, iniziata nell'ottobre del 1992, emergono come interlocutori italiani all'interno di Stet, l'allora presidente Biagio Agnes, destinatario di alcune missive, il professor Admiro Allione detto Miro, direttore generale di Stet, con il quale vengono fissati i primi incontri nel dicembre del 1992. È chiaro che Siemens man mano che passano le settimane amplia la sua attività di pressione e coinvolgimento. Compaiono quindi successivamente, le missive a politici, come Giuliano Amato ed Helmut Kohl, all'allora presidente dell'Iri, Romano Prodi (che oggi stranamente nega qualsiasi ruolo). Ma secondo quanto ricostruito dagli inquirenti l'uomo di riferimento in Stet, che tiene i contatti e partecipa alle riunioni è Allione. Dalle agende sequestrate a Parrella sono venute fuori annotazioni per appuntamenti proprio con i protagonisti italiani della vicenda. E non certo con Schuch.
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