Tutti i clan di Quarto Oggiaro per l’addio al nipote del boss

Gli investigatori: «L’omicidio non è maturato nel quartiere»

Una brutta chiesa tra brutti palazzoni, una piazza assolata, gente addossata al muro per cercare quel po’ di ombra che riesce a proiettare il sole del primo pomeriggio. C’è un figlio di boss da seppellire a Quarto Oggiaro, tra fiori gettati per strade, sguardi torvi degli amici, sbirri a scrutare facce e decifrare codici, per capire chi e perché ha ucciso Francesco Carvelli. E soprattutto chi e quando lo vendicherà. «Ci sono tutte le bande - commenta un investigatore - segno che il delitto non è maturato qui».
Ma queste sono riflessioni che verranno rielaborate nei prossimi giorni. Oggi è solo un momento di dolore e di rabbia. Ma anche di tregua tra bande. Si seppellisce Francesco, 22 anni, figlio di Angelo, 54 anni che sta scontando una lunga condanna a Opera e per questo ha avuto il permesso solo per una breve visita all’obitorio. E nipote di Mario, 42 anni, uscito di galera a marzo dopo 15 anni, mentre la nonna è Anna Luciani, 61 anni, del clan Sabatino. I primi arrivano da Petilia Policastro, provincia di Crotone, gli altri da San Severo, nel Foggiano. Gente con un pedigree criminale da far invidia a Varenne. Insieme, sospettano gli investigatori, controllano il traffico di droga nel quartiere.
Quartiere che ieri si è fermato per questo ragazzo, già sposato e padre di un figlio di un anno, giustiziato venerdì sera al parco delle Groane con un colpo in testa. Dopo otto giorni dal delitto, ieri il corpo è stato restituito alla famiglia. La bara viene prelevata poco dopo le 14 dall’obitorio di piazzale Gorini e portata in via Capuana 3, storico quartier generale dei Carvelli-Sabatino: abitano praticamente tutti qui. Poi a piedi il carro funebre copre il mezzo chilometro fino alla chiesa di Santa Lucia. Con oltre un centinaio tra parenti e amici in «divisa», tutti rigorosamente in jeans e magliette nere da cui spuntano vistosi tatuaggi, a strappare fiori e foglie dalle corone per stenderle al passaggio.
Dentro don Alberto nella sua omelia parla di morte e resurrezione di Cristo, di San Tommaso che si arrende solo all’evidenza per arrivare infine alla fede. Poi la Fuga di Bach accompagna l’uscita del feretro, la folla applaude, le donne del clan, moglie, madre, parenti, levano il loro dolore nella forma più antica, tra grida strazianti e svenimenti. Il carro rimane qualche istante con il portellone pietosamente aperto per le ultime carezze alla bara, poi prende la strada del camposanto.
Sotto gli occhi dei poliziotti di Quarto Oggiaro, della mobile e dei carabinieri del nucleo operativo di Monza, titolari delle indagini. «Ci sono proprio tutti, ogni banda del quartiere è presente con qualche suo esponente», spiegano gli investigatori. Nel linguaggio della mala dovrebbe essere un chiaro segnale: «Noi non c’entriamo con questo delitto». Che potrebbe essere maturato in chissà quale contesto, forse la propaggine di qualche faida calabrese o pugliese, il tentativo dei Carvelli-Sabatino di allargarsi fuori Quarto Oggiaro, lo sgarro a un clan importante. Che si tratti di un omicidio di «qualità» è invece fuori dubbio: i killer avevano pettorine della polizia, auto con il lampeggiante e manette d’ordinanza. «Non finisce qui - scuotono la testa gli sbirri -. Non ora, né domani, ma presto ci sarà la risposta del clan. Al prossimo morto, capiremo meglio perché si spara in testa a un ragazzo di vent’anni».