Tutti i difetti dell’italiano che sta al timone

Diego Pistacchi

Non proprio al primo posto ma quasi. Gli italiani sono in testa alla classifica, ma hanno poco di cui vantarsi, perché lo studio sul comportamento dei diportisti al timone puntava a individuare i peggiori lupi di mare in circolazione. Che sono tanti perché sono milioni ormai i connazionali che si sono fatti la barca e il grande successo del Salone Nautico che ieri a Genova ha aperto la sua 46ª edizione sembra confermare la loro voglia di mare. Eppure il popolo di santi e poeti sembra perdere per strada la categoria dei navigatori, tanto che finisce al secondo posto della «black list» dei più indisciplinati. Poco prudenti, quasi mai rispettosi dell’ambiente e niente affatto disposti a rispettare le regole. Così vengono dipinti gli italiani che vanno per mare in base allo studio di Eta Meta Research in collaborazione con l'Area marina protetta del Plemmirio, istituita a Siracusa. Uno studio condotto su un campione di 120 esperti di nautica e ambiente, selezionati tra direttori di testate specializzate, responsabili di settore.
Di peggio sembrano poter fare solo i russi, mentre persino gli americani sono meno pericolosi, nonostante abbiano la poco edificante abitudine di mettersi al timone con un elevato tasso alcolico in corpo. In barca come in auto, verrebbe da dire, leggendo le osservazioni fatte agli italiani. Il difetto peggiore sembra essere la scarsa disciplina (il 71 per cento). Non solo per cattiva volontà: spesso in mare ci vanno «patentati» che però sono impreparati sulle regole basilari della navigazione (63 per cento). E se hanno fatto epoca i film sull’arroganza degli automobilisti del Belpaese, come poter pensare che una volta cullati dalle onde gli italiani cedano volentieri il passo a chi ne ha diritto: gli arroganti sono almeno il 55 per cento.
Gli esperti concordano sulla necessità di istituire una sorta di patenti a punti anche in mare, per provare a imporre qualche regola in più ai diportisti, e si dicono convinti che in molti «dovrebbero tornare sui banchi di scuola» e che sia «assolutamente necessario proseguire con le azioni di educazione al mare». Un aspetto che fa sprofondare gli italiani in classifica è poi il rispetto dell’ambiente: sono ancora troppi i diportisti che si dicono convinti che alcuni loro comportamenti non sono tanto dannosi per l’ecosistema. Poi però, appena vedono un sacchettino che galleggia (e che non hanno buttato loro) sono i primi a protestare per il mare sporco. Navigatori no? Santi e poeti, neppure poi troppo.