Tutti i guai di Consorte, assediato e un po’ più solo sulla strada della Bnl

Il peso di 4 inchieste giudiziarie a pochi giorni dal verdetto di Bankitalia sull’Opa di Unipol. Il silenzio della sinistra e l’amarezza delle coop

Marcello Zacché

da Milano

A Bologna lo chiamano l’assedio di (via) Stalingrado, come la battaglia durata più di sei mesi, nel 1942-43, decisiva per le sorti della seconda guerra mondiale. Anche se a trovarsi sotto assedio è solo una compagnia assicurativa: l’Unipol, controllata dalle coop «rosse», che ha la sua sede proprio nella via bolognese dedicata alla città russa.
In verità si tratta di insidie che riguardano soprattutto il suo presidente e ad, Giovanni Consorte: nel giro di pochi giorni sul suo conto (e su quello del suo vice, Ivano Sacchetti) sono emerse due inchieste che lo vedono indagato, a Roma e a Milano, per concorso in aggiotaggio sia per la scalata di Bpi all’Antonveneta, sia per l’Opa della stessa Unipol su Bnl. Nelle stesse ore si è saputo che un’inchiesta aperta nel 2003 per manipolazione di prezzi su azioni Unipol ha prodotto il rinvio a giudizio del direttore finanziario. Mentre è appena ripreso, a Milano, il processo a Consorte per insider trading sul rimborso anticipato, nel 2002, di un prestito obbligazionario.
Il tutto quando l’iter autorizzativo dell’Opa Unipol-Bnl è arrivato a un passo dalla conclusione: il via libera decisivo della Banca d’Italia è atteso per la prossima settimana. Dopo 5 mesi dall’avvio della pratica. Eppure, mai come in queste ore, a torto o a ragione, il verdetto è tornato in discussione: come si fa a pensare che il coinvolgimento di Consorte in così tante inchieste giudiziarie non abbia un peso sulle sorti dell’Opa? In teoria non esistono sovrapposizioni: Bankitalia deve decidere se una compagnia di assicurazioni ha la solidità patrimoniale sufficiente a sostenere il peso di una banca. Che c’entrano le inchieste, laddove queste non riguardano profili economici sulla compagnia? Ma non è così semplice. L’identificazione del manager con la società che ha saputo portare dalle retrovie fino al quarto posto delle classifiche nazionali non ha pari. Consorte è l’Unipol e la strategia per la crescita, tramite l’acquisto di una banca (una «prima» assoluta in Italia) è la sua. Con questo devono realisticamente fare i conti in via Stalingrado. «Ho fiducia - dice Lanfranco Turci, già capo della Legacoop, e gran conoscitore dell’ambiente - che le vicende giudiziarie si chiudano tutte positivamente per i vertici dell’Unipol. Ogni accusa va provata. Ma certo questa situazione può essere fonte, per il mondo delle coop, di profonda amarezza».
Le cooperative azioniste di Unipol hanno investito nell’avventura Bnl risorse fresche per un miliardo. E Pierluigi Stefanini, uomo forte delle coop di consumo, non ha mai nascosto l’orgoglio di poter arrivare, con l’operazione Bnl, ai piani alti della grande finanza italiana. Ma non a qualunque costo: lo spirito cooperativo è portato a esempio di modello di etica d’impresa, di responsabilità sociale, di distribuzione ottimale dei profitti. Lo stesso vertice nazionale dei Ds, riferimento politico della Legacoop, ha affermato questa «diversità» proprio nei momenti caldi dell’operazione Bnl. A Consorte il compito di coniugare questo con le regole della finanza.
L’alleanza di Unipol con Chicco Gnutti, finanziere bresciano tutt’altro che «mutualistico», che risale ai tempi della scalata Telecom, ha procurato molti mal di pancia a tanti soci. Ma ha anche portato in via Stalingrado 150 milioni di plusvalenze in contanti. E tanto bastava. Consorte ha definito Hopa «la nostra Mediobanca». E ha ricevuto il via libera a fare affari con la razza padana, compreso il dominus della Popolare di Lodi Gianpiero Fiorani, di cui Unipol è diventata azionista. Ma dalle indagini stanno emergendo anche profili che, se veri, non hanno nulla a che fare con una strategia industriale, o finanziaria.
A parte il prestito personale da 4 milioni erogato dalla Lodi e già emerso mesi fa, ora tra le carte degli investigatori sono comparsi movimenti anomali su conti aperti alla popolare lodigiana e intestati a Consorte e Sacchetti che hanno prodotto decine di milioni di plusvalenze. Conti che, per non figurare, i due hanno poi girato a intestazioni fiduciarie. Conti dedicati al trading di titoli e, poi, di prodotti derivati, con particolare riferimento al realizzo di premi su opzioni che poi non venivano esercitate dal venditore. Cioè dalla banca. Conti che hanno prodotto solo profitti, mai una perdita. I sospetti che, a torto o a ragione, si associano a una tale operatività riguardano il fatto che si possa trattare di trasferimenti di denaro. In ogni caso tale prassi, anche per il suo solo «apparire» anomala, stride con la responsabilità, anche sociale, affidata ai gestori di Unipol dai suoi azionisti. Anche con questa amarezza avrà probabilmente a che fare Consorte in queste ore.
E forse anche con una certa indifferenza della sua parte politica che, di fronte a questa ondata giudiziaria, con il suo silenzio sembra volerne quasi prendere le distanze. Sarà per evitare nuovi problemi, sarà perché la vicenda Unipol svolge un ruolo chiave negli equilibri dell’Unione, ma l’impressione è che Consorte sia ora un po’ più solo.