Tutti i guai di Fassino E Bersani già studia per fare il segretario

Laura Cesaretti

da Roma

Un giubbino molto hi-tech da velista: al momento è l’unica cosa concreta che Massimo D’Alema ha portato a casa, nel giorno del suo cinquantasettesimo compleanno.
A regalarglielo è stato Piero Fassino, che ieri ha cercato di addolcire con un pacchettino un incontro difficile con il presidente della Quercia. Difficile perché sono giorni che dagli ambienti dalemiani arrivano critiche sempre meno velate al modo in cui il segretario ha gestito il dossier-Montecitorio, infilando i Ds «in un braccio di ferro con Rifondazione dal quale rischiamo di uscire sconfitti». Difficile perché Fassino sa che se non riesce a spuntare la presidenza della Camera per D’Alema, il principale partito della coalizione subirà «una grave umiliazione», che gli verrà messa in carico: all’uscita dal primo faccia a faccia della giornata (il successivo è stato con Prodi), D’Alema lo ha fatto capire abbastanza chiaramente: «Tra me e Fassino - ha esordito - c’è un’assoluta identità di vedute su tutto. Del resto, quella della presidenza della Camera non è una mia proposta, ma è una proposta del segretario: se lui la ritira, la proposta non c'è più».
Nel corso dell’incontro, spacchettato il giubbino, i due hanno cercato una via d’uscita dal pasticcio. E hanno rilanciato con decisione la palla a Romano Prodi, con una lettera aperta «concordata riga per riga» e sottoposta anche al capo del Correntone Mussi, densa di avvertimenti e firmata da Fassino: la «decisione del Prc di candidare Bertinotti - si legge - sta determinando una condizione di impasse che, se non risolta, rischia di esporre la coalizione ad una pericolosa, quanto imbarazzante divisione». A questo punto, prosegue la lettera con tanto di maiuscole, «sta a Te, in quanto Leader della coalizione, assumere una iniziativa». I ds restano «in attesa di Tue proposte», con affetto etc. Il Professore la ha ricevuta pochi minuti prima di incontrare D’Alema, che la signora Flavia ha accolto a Santi Apostoli con gli auguri di buon compleanno, due torte e lo spumante (forse avanzato dai mancati festeggiamenti della notte del 10 aprile). Prodi si è preso qualche giorno (fino al weekend, ha chiesto) per sbrogliare la matassa, e oggi vedrà Bertinotti. Una decisione è urgente, gli hanno ricordato i ds, perché «non si può tenere sulla graticola D’Alema e devastare l’immagine della coalizione ancor prima di varare il governo».
«Non è in ballo una questione di poltrone o di persone - spiega il ds Peppino Caldarola - ma una questione di fondo per il futuro del centrosinistra e del governo. D’Alema ha lanciato una sfida a Prodi: devi decidere qual è l’asse preferenziale e il partito di riferimento della tua coalizione. Quello che si è svenato per l’Ulivo e per le primarie, o Rifondazione comunista?». Se Prodi sceglierà Bertinotti, «non sarà certo Massimo a mettersi di traverso», ma è inevitabile che a quel punto ci sia un certo «raffreddamento» verso il Professore.
Adesso, dicono al Botteghino, «il cerino è in mano a Prodi», e la posta in gioco per lui è alta. Ma è alta anche per Fassino. Se Prodi si ostina a scegliere Bertinotti, dovrà offrire una seconda scelta più che dignitosa al presidente ds, anche perché la prospettiva di un D’Alema «disoccupato», fuori dal governo e dalle istituzioni e immerso full-time nella gestione politica della Quercia e nel «cantiere» del partito democratico, è per il premier in pectore un’incognita alquanto temibile. E l’alternativa, spiegano gli amici del presidente ds, è il Ministero degli Esteri, «che è da sempre la prima scelta di Massimo». Ma se otterrà la Farnesina, sulla quale anche Fassino ha fino all’ultimo puntato (non a caso due giorni fa ha concesso al Corriere un’intervista fortemente filo-Israele e anti-Hamas), D’Alema diventerà «de facto il numero uno della delegazione ds al governo», viene sottolineato. E Fassino, da semplice vice-premier senza portafogli, corre il rischio di scivolare in second’ordine nel gabinetto Prodi e di avere vita dura anche nel partito. Perché D’Alema, come ha già annunciato, se farà il ministro (senza peraltro escludere in seconda battuta un’ascesa al Quirinale, se le condizioni si determinassero) si dimetterà da presidente della Quercia, e la questione del «doppio incarico» del segretario verrà ufficialmente aperta. D’Alema ha già avvertito che serve «un segretario a tempo pieno» che si occupi dei ds e della delicata fase d’avvio del partito democratico, ammesso che si avvii. E Pierluigi Bersani sta già scaldando i muscoli, in vista del congresso d’autunno. Oggi si riunisce la direzione del partito, ma il segretario alla fine della convulsa giornata di ieri ci arriva con un po’ meno di ansia: «La partita è ancora aperta, e nessuno si metterà a fargli il processo ora. Dobbiamo restare compatti», dicono i suoi.