"Tutti i maneggi del mio ex amico Di Pietro"

Elio Veltri accusa l'ex pm: "L'Italia dei valori è una gravissima anomalia. Ha blindato il partito per incassare direttamente i finanziamenti statali. Ai tempi dei Democratici per Prodi iscrisse al movimento l’intera via della malavita di Cosenza. Travaglio? O certe cose non le sa o è distratto..."

Milano - «Di Pietro? Prima di fare il paladino della società civile dovrebbe spiegare agli italiani i maneggi che si nascondono dentro il suo partito». Elio Veltri è l’ex amico storico di Antonio Di Pietro. E come tradizione vuole, ha qualcosina da dire sull’ex pm.

Ma con Di Pietro ci parla ancora?
«No».

Come mai, se posso...
«Può. Me ne sono andato nel 2001, quando ero il vicepresidente dell’Idv. Da allora non ho più rapporti. I motivi della rottura erano legati alla gestione del movimento, alla scelta delle persone, agli incarichi dati a personaggi che secondo me in un movimento come quello che si era proposto di cambiare l’Italia dal punto di vista morale, erano diciamo... inadeguati».

È cambiato qualcosa, da allora?
«No. Anzi, ho scoperto fatti molto gravi che riguardano la gestione del partito».

Si riferisce all’inchiesta del Giornale di qualche giorno fa?
«Non solo. In questo momento l’Idv rappresenta la più grande anomalia italiana tra i partiti».

Addirittura?
«Lei ha mai letto lo statuto?».

Ehm, ahimé no.
«Glielo leggo. All’articolo 2 c’è scritto che “l’associazione Italia dei Valori - che oggi è composta da Di Pietro, dalla moglie Susanna Mazzoleni e dalla tesoriera Silvana Mura - promuove la realizzazione di un partito nazionale”. All’articolo 10 si legge: “La presidenza nazionale del partito spetta al presidente dell’associazione”. Stesso discorso per la tesoreria».

Scusi. Questo vuol dire che il partito è nelle mani dell’ex pm?
«Assolutamente. Facciamo un’ipotesi di scuola. Se Di Pietro convocasse un congresso, e venisse sfiduciato dal 98% del partito, lui resterebbe in sella... Per andarsene, dovrebbe essere sfiduciato dall’associazione. Questa è un’anomalia enorme, di fronte alla quale tutte le grandi questioni della legalità, della giustizia, delle regole che lui solleva sono carta straccia. Se vuoi fare certe battaglie non puoi affittare al partito due immobili comprati dall’associazione. Sa che i soldi del finanziamento pubblico finiscono a loro tre e non al partito?».

Ma chi deve vigilare sul finanziamento non dice nulla?
«Guardi, la questione l’abbiamo sollevata di recente con Achille Occhetto e Giulietto Chiesa. C’è un’ordinanza del giudice civile di Roma dove si legge: “L’associazione è nettamente distinta dal partito, non può chiedere finanziamento pubblico”. Nel 2006 la Camera, quando gli è stato fatto presente il problema, ha fatto finto di niente. Tutta la presidenza della Camera di allora, Bertinotti compreso. Bisogna porre la questione della responsabilità giuridica dei partiti».

Beh, sebbene sia entrato in politica relativamente da poco, Di Pietro si sa muovere bene...
«Pensi che sono stato io a invogliarlo a fare politica. Lui mi diceva che volevo un partito di duri e puri, in realtà io volevo un partito di persone corrette. Ecco perché me ne sono andato».

Se n’è pentito?
«Di averlo spinto, sì. Di essermene andato no».

I momenti di attrito maggiori?
«Quando i Ds lo candidarono al Mugello contro Giuliano Ferrara. Gli dissi: “Se ti eleggono loro, te lo rinfacceranno per tutta la vita. Se vuoi candidarti devi andare dove i Ds hanno il 20%”. Non mi ascoltò...».

Fu l’ultimo prima della rottura?
«No, ce ne fu almeno un altro. Quando abbiamo fatto i Democratici con Prodi, lui pretese l’incarico di responsabile dell’organizzazione. Lo sconsigliai, gli dissi “i grandi leader, da Berlinguer a Prodi, non lo fanno”. Niente da fare. Poi un giorno scoprii che da via Popilia a Cosenza, la strada della criminalità, arrivarono 241 iscrizioni. Lo scontro che ne seguì, ovviamente, fu inutile».

Scusi, ma Travaglio le sa queste cose?
«Mah, sarà distratto, bisogna chiederlo a lui. Marco è stato sempre amico mio e lui è stato sempre amico di Di Pietro».

L’elenco degli ex Idv è lungo. Secondo lei chi sarà il prossimo?
«L’unico fesso sono stato io, avrei potuto fare il deputato a vita. Non credo andrà via nessuno, perché ormai c’è una rendita di posizione consolidata. Ma il saldo del turn over, chiamiamolo così, è certamente negativo».

Ma perché non scrive un libro su Di Pietro?
«In effetti sono stato tentato, ma penso che non ne valga la pena. E comunque qualcosina l’ho già scritta nel libro Il topino intrappolato edito da Longanesi. Il capitolo si intitola: “Di Pietro, un caso a se”».

Da ex socialista, le dispiace vedere Ottaviano Del Turco in carcere?
«Mi auguro che possa dimostrare la sua innocenza, ma sono anche convinto che l’inchiesta è abbastanza solida».

Per la scomparsa del Psi sarà un po’ a lutto, almeno.
«È la più grande tragedia politica italiana. Nell’81 mi scontrai con Bettino Craxi e me ne andai. Aveva una chance e l’ha buttata via. Se a distanza di anni il Psi fosse al 35%, allora sì, mi sentirei un cretino».

Che ne pensa dello scontro tra politica e magistratura?
«La magistratura fa il suo mestiere, escludo che certi pm siano mossi da moventi politici. Se fosse vero sarebbe gravissimo».

Tra Craxi e Di Pietro, chi butterebbe dalla torre?
«Oggi? Tutti e due».

felice.manti@ilgiornale.it