Tutti i privilegiati che hanno scelto le barricate

Se lo dice Sergio Cofferati, vuol dire che non se ne può davvero più. Se anche l’ex numero uno della Cgil, il sindacalista che radunò oltre un milione di persone al Circo Massimo per difendere l’articolo 18, attacca i lavoratori dello spettacolo perché si oppongono alle riforme, significa che è stato raggiunto il limite. L’Italia è ostaggio delle minoranze privilegiate, che più sono agevolate più sfruttano il loro potere ricattatorio. Che siano i piloti o le hostess dell’Alitalia o i baroni dell’università, o appunto i dipendenti degli enti lirici come denunciato ieri dal sindaco di Bologna, queste nicchie di super-protetti hanno una forza inversamente proporzionale al loro numero, che s’ingigantisce quando la crisi si fa più acuta.
Prendiamo i dipendenti dell’Alitalia. Quello del pilota è un mestiere difficile, richiede elevata professionalità, anni di studio e addestramento, salute di ferro. Giusto che guadagnino in misura adeguata all'impegno richiesto. Ma Alitalia è sull’orlo dello sfascio, i tentativi di salvarla sono finiti, l’alternativa alla Cai è il giudice fallimentare. I sindacati confederali hanno fatto un passo importante, firmando le intese con la cordata imprenditoriale. Cinque sigle persistono nel dissenso, tirano ancora la corda nell’interesse loro, non della compagnia: difendono i privilegi di «casta dell’aria», un contratto che non ha eguali in nessuna parte del mondo.
Anpac, Up, Sdl, Avia, Anpav hanno proclamato una serie di scioperi di qui a maggio. Ma ieri si è materializzato un nuovo soggetto sindacale, un non meglio precisato «Comitato di lotta», che alle 18 ha incrociato le braccia nonostante il parere negativo della stessa «banda dei cinque». Caos a Fiumicino e nei cieli italiani, voli cancellati, ritardi, furore di migliaia di passeggeri incolpevoli. Basta una minoranza della minoranza, un gruppuscolo di irresponsabili, e il Paese è paralizzato. E tra le hostess che picchettano i check-in e i centri equipaggi tocca sentire anche signore in divisa che inveiscono: «Ci hanno messo con il sedere per terra». Sedere per terra? Con il ricco contratto Alitalia in tasca o i sette anni di stipendio garantito? Ci vuole una faccia tosta grande così.
Accanto a hostess e piloti, i baroni universitari: professori che piazzano in cattedra mogli, figli, amanti grazie a concorsi banditi su misura; studiosi che insegnano tre ore (di 45 minuti) a settimana e si lamentano che non riescono a fare ricerca o editare pubblicazioni; feudatari del sapere che varano scriteriatamente corsi di laurea con un unico iscritto, tanto ci pensa lo Stato a far quadrare i conti.
Nepotismi, sperperi, incapacità professionali non li fermano; i padroni delle università ci passano sopra. E quando un ministro propone una riforma chiedendo anche a loro quei sacrifici dai quali oggi in Italia nessuno è esente, casca il mondo. E non fanno marcia indietro neppure quando il ministro accetta il dialogo e propone un testo di legge giudicato positivamente dalla conferenza dei rettori perché prevede nuove assunzioni, favorisce il reclutamento dei giovani ricercatori, rende più trasparenti i concorsi. Un osservatore non certo di destra come Mario Pirani ha scritto ieri su Repubblica che anche il decreto sulla scuola, quello che ha scatenato le occupazioni degli istituti, «non conteneva minacce tanto dirompenti da giustificarne il crucifige». Eppure i prof universitari, arroccati a tutela dei loro trattamenti preferenziali in pericolo, confermano lo sciopero del 14 novembre.
Gli statali si oppongono ai tornelli all’ingresso degli uffici pubblici, i magistrati evocano il fascismo se il ministro ipotizza di controllarne gli orari di lavoro; scioperano perfino i croupier, liquidati dal sindaco di Venezia Massimo Cacciari come «gente che guadagna il doppio del mio stipendio di docente ordinario con trent’anni di insegnamento». E tra i professionisti del veto dorato mettiamoci pure i sindacalisti tout court, i 700mila delegati (sei volte più dei carabinieri) i cui permessi costano 154 milioni di euro.
L’ultimo fronte è stato aperto da Cofferati. «Alitalia è un’azienda florida rispetto ai teatri lirici - ha detto il sindaco appassionato di lirica - e purtroppo non c’è consapevolezza della drammaticità della situazione. Bisogna togliere i vincoli di legge sugli organici e intervenire su contratti e retribuzioni». L’ex capo del più forte sindacato italiano che chiede sacrifici, licenziamenti e riduzioni di stipendio: è il colmo. È la misura dell'abisso in cui il Paese viene precipitato dalla sconsideratezza del Pps, il Partito dei privilegiati sindacalizzati.