Tutti indagati per la strage di Viareggio

Trentotto indagati per trentadue morti. Suona quasi come un’equazione, un mero calcolo algebrico. Adesso, ora che è passato un anno e mezzo, che le lacrime si sono trasformate in lucida rabbia.
Era il 29 giugno 2009, era notte quando un maledetto treno cisterna con 14 vagoni carichi di gpl deragliò nel mezzo di Viareggio, incendiando un pezzo di città, uccidendo e ferendo, polverizzando case, macchine e persone. Le fiamme colorarono il cielo d’arancione, come fanno le bombe che esplodono.
Il piede lento della giustizia alla quasi vigilia di Natale, per quella strage, punta il dito anche sui vertici delle Fs. Oltre ad altre sette enti e società. Tra gli indagati Mauro Moretti, amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato. Nell’elenco anche l’ad di Rfi Mario Michele Elia, del suo omologo di Trenitalia Vincenzo Soprano e dell’amministratore delegato di Fs Logistica Gilberto Galloni, oltre al direttore della Divisione cargo Mario Castaldo.
Sotto inchiesta poi gli ad della divisione tedesca e austriaca di Gatx Rail, società proprietaria del carro cisterna che deragliò e Giuseppe Pacchioni, l’amministratore di Cima, la ditta di Mantova che aveva revisionato quel vagone che non avrebbe dovuto rompersi.
La querelle resta però aperta. La Procura di Lucca ha chiesto un incidente probatorio che consenta di eseguire accertamenti irripetibili per stabilire, nel contraddittorio delle parti, le cause del disastro. Materia del contendere non solo l’asse del carrello che si spezzò, causando il deragliamento del treno. Per i tecnici della Procura sarebbe stato infatti uno dei picchetti che tracciano le curve a squarciare la cisterna da cui fuoriuscì il gpl, paletti che (in una relazione interna scritta e protocollata dalla direzione tecnica di Rfi venivano indicati «pericolosi», ndr) forse non avrebbero dovuto esserci. O perlomeno avrebbero dovuto essere diversi.
Rfi, controllata del gruppo Fs, si difende sostenendo, invece, che lo squarcio sul fianco della cisterna sarebbe da attribuire all’impatto con un pezzo della controrotaia di uno scambio, piegata a zampa di lepre dallo schianto.
Dettagli non da poco, nell’architrave di un futuro processo. Che partirebbe da questa tesi: non sarebbe stato fatto tutto il necessario per rendere sicura la rete ferroviaria.
L’ad di Fs Moretti ostenta tranquillità. L’incidente probatorio «dimostrerà che il picchetto non ha rotto la cisterna. Le indagini sono ancora in corso - ha aggiunto - ma noi siamo estremamente sereni. Lavoriamo da sempre seguendo gli standard internazionali, come dimostrano gli studi delle Università di Napoli, Roma e del Politecnico di Milano».
La procura dunque ha scelto la linea di un’inchiesta allargata. Anche per tutelare tutte le persone coinvolte, che così da indagati potranno partecipare con propri periti all’incidente probatorio in programma: gli investigatori stimano che le parti lese siano oltre 200. Tanto che, per avvisarle, la procura potrebbe ricorrere al pubblico proclama su giornali e internet.
Roberto Fochesato era uno dei macchinisti alla guida del treno maledetto. Per poter parlare di quella notte attese a lungo. Alla vigilia dell’anniversario, però, si fece coraggio: «Quella scena l’ho sempre davanti agli occhi - raccontò -. Io e il mio collega che iniziamo a correre mentre una coltre di gpl avanza a due metri da terra. Trovammo rifugio nella sede della Croce verde, non ricordo come ma ce la facemmo. Poi l’esplosione. Ho vissuto l’inferno. I vetri che vanno in frantumi, un signore accanto a me con i capelli bruciati...».
Quella notte i vigili del fuoco non staccarono le mani dagli idranti. Bruciavano case, macchine, una strada polverizzata. «Mi affacciai alla finestra - ricorda un abitante della zona, Mauro- e vidi delle torce umane che si muovevano. Non riuscivo a capire. Mia moglie mi tirò per i capelli dicendomi di scappare. Ricordo noi sull’auto che ci allontanavamo. Dietro le fiamme e l’inferno».
Un anno e mezzo dopo la giustizia ha mosso il primo passo.