Tutti a lezione di modernità da Goldoni

«Le smanie per la villeggiatura» rivive grazie all’intelligente messa in scena «collettiva» di Elena Bucci, Stefano Randisi, Enzo Vetrano e Marco Sgrosso

Laura Novelli

Prendete una delle commedie più brillanti ma più disilluse di Goldoni, Le smanie per la villeggiatura, e immaginatela divenire materia di un meccanismo scenico fresco, moderno, originale e accattivante dove si gioca a recitare, ad incastrare storie e destini, a maneggiare arguzie e sentimenti, a parlare di ieri per ragionare sul nichilismo, l’omologazione, l’arrivismo, la superficialità di oggi. È quanto propongono in questi giorni al Valle Elena Bucci, Stefano Randisi, Marco Sgrosso ed Enzo Vetrano: interpreti e registi di una godibile messinscena dell’opera goldoniana che, siglata dal doppio marchio Le Belle Bandiere e Diablogues, colpisce per la fantasia dell’invenzione e la limpidezza del «messaggio». Forma e contenuto costituiscono qui un canale di comunicazione unico, capace di raggiungere il pubblico in modo diretto anche quando l’operazione si fa particolarmente sofisticata. L’uso sapiente del «teatro nel teatro» permette, infatti, continui passaggi di ruolo (i quattro bravissimi attori recitano tutti più di un personaggio), movenze marionettistiche ed enfatizzate, salti temporali e/o spaziali accompagnati da belle musiche e arie, ripetuti riferimenti al testo e ai personaggi «che non si vedono». Il ritmo è serrato. La scena spoglia. Le luci soffuse. In certi momenti sembra di poter trovare analogie con gli ultimi lavori di Arturo Cirillo. Quadri viventi si succedono uno dopo l’altro, alternando la casa del signor Leonardo a quella del signor Filippo, i capricci di Vittoria ai sospiri amorosi di Giacinta, le faccende cittadine al sogno dispendioso ma irrinunciabile dell’agognata villeggiatura. Questo impianto colto e stilizzato si traduce poi in un linguaggio complessivo estremamente accessibile, che diventa monito contro l’ipocrisia e il perbenismo della nostra società e che evoca chiaramente la noia esistenziale dei giovani (si veda la dirompente sequenza finale), certi languori estivi di ascendenza «post-cechoviana», il vuoto di ideali che si spalanca sul nostro futuro, l'impossibilità - in definitiva - di essere senza avere. E il bello è che la lingua stessa (in felice equilibrio tra fedeltà al testo e accorta modernizzazione) finisce con il guadagnarne, tanto che viene voglia di leggerlo e rileggerlo questo Goldoni così spietatamente sottile e premonitore.
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