Tutti parlano di tregua ma Gaza è in fiamme

A parole tutti dicono di crederci. Lo sostiene il presidente Mahmoud Abbas, alias Abu Mazen, sottolineando l’importanza del cessate il fuoco e la necessità di mantenere unito il popolo palestinese. Lo ripete il premier Ismal Haniyeh confermando la sua fiducia nella tregua e chiedendo ai palestinesi di combattere contro Israele anziché contro se stessi. Per ora restano parole. Nei fatti il cessate il fuoco, la tregua, gli accordi fra opposte fazioni sono carta straccia, spazzatura inzuppata dal sangue dei morti e dei feriti di questa quarta giornata di sangue. Infatti in serata tra i militanti di Hamas e quelli di Fatah sono ripresi gli scontri. Nel quartiere di Sabra decine di militanti delle Brigate Ezzedin el Qassam, con elementi della Forza esecutiva (sempre aderenti ad Hamas) hanno ripreso a sparare contro gli aderenti del partito di Al Fatah che hanno risposto al fuoco.
Un martedì nero. Un martedì che cancella ogni invito alla moderazione, trascina Gaza nell’abisso, l’intrappola in un’escalation di scontri, battaglie, rapimenti e uccisioni senza apparente via d’uscita. I numeri parlano da soli. In poche ore la lotta fratricida lascia sul terreno cinque morti e una ventina di feriti. Il primo a cadere è un militante di Hamas colpito durante una violenta battaglia scoppiata poco dopo l’alba intorno all’ospedale di Shifa. Inizia quando un ufficiale di Fatah ferito ad una gamba viene cacciato dall’astanteria dai miliziani fondamentalisti. Lui ci ritorna scortato da qualche dozzina di colleghi. Pochi minuti dopo il pronto soccorso è un campo di battaglia.
Dopo la morte del militante islamico i combattimenti si trasferiscono in un’altra zona della città reclamando le vite di due ufficiali di Fatah. Due loro colleghi rapiti qualche ora prima dalle bande fondamentaliste vengono ritrovati assassinati con un colpo alla nuca. Si salva dopo un drammatico sequestro l’ex ministro Sufyan Abu Zaidah, un fedelissimo di Fatah rilasciato grazie ai buoni rapporti con i vertici fondamentalisti. Solo la fortuna risparmia, invece, Ismail Abu Shamallah il governatore di Fatah uscito incolume da un assalto alla sua auto. Il tutto in un nugolo di scontri e assalti che investe la città di Gaza e le altre località della Striscia.
Immobili sull’abisso i leader delle due opposte fazioni continuano a produrre solo parole. L’appello più oscuro e meno in sintonia con la gravità della situazione sembra quello del premier Ismail Haniyeh. In un acceso discorso televisivo Haniyeh risfodera la vecchia proposta dell’«hudna» con Israele ricordando la disponibilità di Hamas ad accettare uno Stato palestinese sui confini del ’67. Nulla di nuovo, a parte la possibilità di estendere la «tregua» dai dieci ai vent’anni. Nulla che non sia già stato detto prima e dopo le elezioni vinte dalla formazione fondamentalista lo scorso gennaio. Nulla in grado di arginare l’ondata di scontri con Fatah. L’unica parte congrua sembra quella in cui il premier islamico chiede ai palestinesi di ritrovare l’unità per lottare contro Israele anziché contro se stessi. «Vi chiedo di mostrarvi calmi, di non ricorrere alle armi, di arginare la tensione - esorta Haniyeh chiamando all’unità - di fronte all’occupazione».
Dietro la ripetitiva proposta dell’Hudna e i retorici inviti all’unità qualcuno intravede, però, la lunga mano di Damasco. Il discorso ermetico e improvvisato di Haniyeh viene pronunciato mentre a Gerusalemme si favoleggia di una lettera segreta partita dalla capitale siriana e arrivata nelle mani del premier Ehud Olmert. In quella lettera il presidente Bashar Assad offrirebbe di mettere alla porta la leadership fondamentalista in esilio a Damasco in cambio di trattative di pace sul Golan. Spingere Haniyeh ad un’hudna di lunga durata con Israele e ad un’intesa con Mahmoud Abbas sul governo di unità nazionale potrebbe rientrare nelle dimostrazioni di buona volontà siriane. Il repentino viaggio del premier Ehud Olmert alla corte di re Abdallah di Giordania sembra anch’esso il sintomo dei convulsi movimenti diplomatici innescati dai venti di guerra civile palestinese.
Con l’Egitto e l’Arabia Saudita fuori gioco a causa degli attuali, pessimi rapporti con Hamas, l’unica a poter richiamare all’ordine Haniyeh e i suoi sembra la Siria. Un servigio non certo disinteressato, ma forse indispensabile. L’ipotesi di un intreccio diplomatico siriano-giordano capace si estorcere parole di distensione e buona volontà prima da Abbas e poi da Haniyeh è confermato dalle notizie sui colloqui telefonici intercorsi ieri tra il presidente palestinese e il re giordano. Subito dopo quella chiacchierata arriva la dichiarazione in cui Abbas chiede «di metter fine a scontri e uccisioni per salvare l’unità del Paese». A quell’appello fa seguito subito dopo l’appello alla moderazione del rivale Haniyeh. E una nuova tregua viene dichiarata in serata dalle ore 22.