Tutti pazzi per cinese e arabo È corsa alle lingue emergenti

Studenti, manager, medici, insegnanti e pensionati: istituti privati e università registrano un boom di iscrizioni. E c’è chi punta anche su turco e hindi

Marina Gersony

Che gli italiani non siano portati per le lingue straniere è cosa nota. Che parlino poco e male perfino l’inglese rispetto agli altri Paesi europei, anche. Al massimo se la cavano con un broken English, una sorta di inglese distorto o con il globish, detto anche «inglese da aeroporto», imposto dalla rete e utilizzato da buona parte della popolazione mondiale (che in genere gli inglesi doc non capiscono). Nonostante il bilancio sconfortante, negli ultimi anni si assiste a un fenomeno nuovo. Sono sempre più numerosi gli italiani che decidono di studiare idiomi ben più ostici rispetto all’inglese. In pole position il cinese e l’arabo, una vera e propria tendenza che si sta diffondendo a macchia d’olio sul territorio nazionale. Basta andare on line per scoprire una miriade di scuole che offrono corsi di tutti i tipi, alcuni dei quali improvvisati e non sempre affidabili.

Le motivazioni. Cosa spinge una persona a inoltrarsi nello studio di lingue così complesse? Le motivazioni, a sentire i docenti degli atenei, sono diverse: chi lo fa per motivi culturali, chi economici, chi per curiosità e chi per seguire la moda del momento. In genere si tratta di un pubblico eterogeneo di studenti, manager, medici, insegnanti, imprenditori, pensionati e giornalisti. In particolare l’interesse per il mondo asiatico deriva dalla prospettiva di stabilire rapporti di lavoro con Paesi emergenti e mercati che possono offrire interessanti sbocchi professionali, soprattutto per i giovani. Non a caso aumentano le tesi che puntano su temi legati a Paesi e culture extraeuropee. «Negli anni ’50 molti studiavano il giapponese - osserva Marilia Albanese, direttore della sezione lombarda dell’IsiAO, Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente - Allora il Giappone era un Paese emergente e suscitava curiosità. Nel tempo le esigenze e i gusti sono cambiati. Negli anni ’70 tutti volevano studiare l’arabo, così come dopo l’11 settembre, quando si è registrato un maggior interesse nei confronti non solo della lingua ma anche della cultura. Oggi le lingue più richieste sono il cinese, l’arabo, il giapponese, l’hindi - la lingua ufficiale dell’India - e il turco. Noi, come IsiAO curiamo il percorso didattico in accordo con il Comune ed eroghiamo il nostro diploma». E sempre all’IsiAO, questa volta di Roma, ente pubblico non economico parastatale, sono ancora aperte le iscrizioni per i corsi triennali di lingua e cultura. «A oggi risultano 70 iscritti al corso di arabo e 70 al corso di cinese - afferma Cesidio Morgani, responsabile dei servizi amministrativi dell’Istituto - Alla fine del triennio verrà rilasciato un diploma con valore legale riconosciuto».

Le iniziative. A conferma di un interesse in aumento - soprattutto per il cinese - ci sono iniziative come il Progetto Cina promosso dall’Università Bocconi (insieme ad Assolombarda, Banca Popolare di Milano, Fondazione Italia-Cina, Istituto nazionale per il Commercio Estero, in collaborazione con l’Ispi), con l’obiettivo di formare giovani laureati che intendano sviluppare il proprio futuro professionale in Cina o in aziende operanti a stretto contatto con il mercato cinese. Intanto, anche presso l’Università statale di Milano quest’anno si registrano 200 studenti iscritti al primo anno di cinese e più di 100 matricole di arabo, spiega Alessandra Lavagnino, presidente del corso di laurea in mediazione linguistica e culturale. Presso l’ateneo milanese, le lingue si possono studiare anche in corsi singoli al di fuori di un progetto di laurea. La moda non risparmia neppure l’Università degli studi di Napoli «L’Orientale», dove rispetto agli anni scorsi le iscrizioni a corsi di arabo e cinese sono aumentate: per il 2006/07 le iscrizioni ai corsi di cinese sono in crescita di circa il 43%, mentre, per quanto riguarda le iscrizioni ai corsi di arabo si stima un aumento del 28%. Le iscrizioni si sono chiuse il 31 ottobre scorso ma ci si può ancora iscrivere fino al 30 novembre pagando una piccola mora.

I precedenti. Qualcuno di moda però non vuole proprio sentir parlare. «L’Italia nel corso della sua storia si è sempre confrontata con Paesi, culture e lingue diverse - osserva Massimo Ortelio, traduttore e autore radiofonico Rai -. Pensiamo a personaggi come Matteo Ricci, pioniere delle missioni cattoliche moderne di Cina, che imponeva ai suoi di imparare il cinese per integrarsi nella società di accoglienza. La stessa cosa vale per il mondo arabo con il quale l’Italia da sempre condivide scambi commerciali, linguistici e culturali. Basta ascoltare il genovese, infarcito com’è di parole di origine araba». Ortelio conduce proprio in questi giorni un programma («Una specie di follia», in onda su Radio3), in cui grazie al contributo di illustri arabisti e sinologi si indagano i due universi linguistici con i quali la nostra cultura si trova a fare i conti ogni giorno di più. «Non a caso la Zanichelli vende novemila dizionari di cinese-italiano all’anno - aggiunge Ortelio - acquistati soprattutto dai cinesi che non vogliono perdere il treno della globalizzazione».

Le tendenze. Moda o non moda, anche presso la Ca’ Foscari di Venezia il cinese va per la maggiore. «A questi corsi di laurea (e quelli specialistici) nel 2005-06 gli iscritti erano 1600 - afferma Magda Abbiati del Dipartimento di studi sull’Asia orientale - 700 dei quali hanno scelto il cinese come prima lingua». Intorno a questi corsi si articolano gli insegnamenti di storia, letteratura, filosofia, arte, economia e diritto della Cina. «Gli studenti di arabo sono 240», spiega a sua volta Gian Giuseppe Filippi del Dipartimento di studi Eurasiatici. Il dato curioso è che a studiare l’arabo (ma anche l’hindi) sono soprattutto post scolari, per lo più ragazze e di fascia medio bassa. L’arabo, assicurano gli esperti, si inizia a capire dopo tre anni e a parlare dopo cinque.
Infine, sono iniziati i primi corsi di lingua cinese aperti al pubblico organizzati dall’Istituto Confucio presso la Facoltà di studi orientali della Sapienza all’Esquilino, riconosciuto e finanziato dal Ministero dell’istruzione di Pechino. Il centro, che si avvale come quasi tutti gli atenei sopra citati della collaborazione di docenti di madrelingua, offre corsi di cinese di diversa tipologia e livello. Anche qui si parla di un fenomeno in crescita? «Assolutamente sì - afferma il Preside della Facoltà di studi orientali, Federico Masini - lo si può vedere dall’incremento delle iscrizioni negli ultimi cinque anni. Alla Sapienza oggi il cinese è la lingua più richiesta, anche dell’inglese. Gli studenti che studiano cinese sono circa 800 mentre quelli che studiano arabo sono circa 600». Conclude la dottoressa Albanese: «Ci stiamo sprovincializzando e stiamo uscendo da un europocentrismo limitativo, affacciandoci finalmente sulla scena del mondo. È un dato confortante».