«Tutti pensavano solo a Mastrogiacomo e nessuno si è mosso per salvare Sayed»

«Non so come farà mia cognata a tirare avanti senza marito e con 5 bambini piccoli»

da Kabul

«Abbiamo sepolto da pochi giorni Sayed Agha e tutta la famiglia è in lutto. Per me è un momento molto duro, perché ho perso il fratello maggiore». Inizia così l’intervista de il Giornale al fratello di Sayed, Mohammed Dawood, raggiunto al telefonino nel famigerato distretto di Nada Alì, dove si è iniziata la tragica storia del sequestro Mastrogiacomo. Sayed, autista dell’inviato di Repubblica, è stato decapitato dai talebani e come Ajmal Nashkbandi, l’interprete afghano che sarebbe ancora nelle mani dei tagliagole, è sempre stato un ostaggio di serie B, anche dopo morto, quando nessuno ha aiutato la famiglia a recuperare il cadavere.
Dawood, dopo lunghe trattative con il Giornale, ci invia una foto del fratello con tre dei suoi cinque bambini, di cui il più grande, Atifah, ha solo 6 anni. Il problema è che da buoni pashtun dovevano tagliare via dall’immagine la moglie del venticinquenne Sayed: per principio gli estranei non devono vedere il volto di un’afghana. L’ultimo figlio, che la signora ha rischiato di perdere il giorno prima del funerale di Sayed.
Suo fratello era un ostaggio di serie B?
«Tutto il mondo ci ha dimenticato e si è occupato solo del rilascio del giornalista italiano in cambio di cinque criminali. Nessuno ci ha presentato le condoglianze (l’ambasciatore italiano l’ha fatto dopo il funerale in una conferenza stampa, ndr) o chiesto come tirerà avanti la famiglia di mio fratello. I talebani si sono presi pure la sua macchina e hanno lasciato cinque orfani. Sayed e Ajmal lavoravano con questo straniero. Lui è stato liberato e per gli afghani cosa si è fatto?».
La Repubblica, il giornale per cui lavora Mastrogiacomo, ha scritto che bisogna stare vicino alla vostra famiglia e verrà aperta una sottoscrizione per aiutarvi economicamente...
«Conoscete le condizioni dell’Afghanistan. I figli di Sayed non hanno di che sostenersi. Il loro padre ha accettato il lavoro pericoloso con il giornalista italiano perché aveva bisogno di soldi per la sua famiglia. Se ci arriveranno degli aiuti serviranno a migliorare la vita dei bambini».
Suo fratello è stato decapitato perché accusato di spionaggio e di vecchie ruggini del passato relative alla vostra famiglia. Cosa ne pensa?
«Noi viviamo in pace con tutti e Sayed, non era una spia, ne sono convinto al cento per cento: aveva solo bisogno di sfamare i suoi bambini».
Perché avete protestato al di fuori della residenza di Emergency a Lashkargah, inveendo contro Rahmtaullah Hanefi, capo del personale dell’ospedale italiano arrestato dall’intelligence afghana?
«Noi sapevamo che ha organizzato lo scambio e che sapeva molte cose su questa faccenda. Però, quando lo chiamavamo al telefono per chiedergli del destino di mio fratello, ci ripeteva sempre che non sapeva nulla. Almeno poteva dirci dove fosse il corpo, così avremmo potuto organizzare prima e meglio il funerale (che si è tenuto undici giorni dopo la decapitazione, ndr)».
È vero che nessuno vi ha aiutato per recuperare la salma?
«Solo i capi tribù ci hanno detto dove trovare il corpo. Lo abbiamo riconosciuto, anche se non aveva più la testa. Emergency non ci ha mai aiutato a cercare il cadavere. Abbiamo dovuto arrangiarci da soli con i nostri contatti, spendendo i nostri soldi e organizzando il trasporto».
Vuole dire qualcosa agli italiani?
«Sayed è stato ucciso perché accompagnava uno straniero, ma io sono felice che il giornalista italiano sia tornato dalla sua famiglia. A differenza di mio fratello. Forse bisognerebbe ricordare che anche gli autisti e gli interpreti locali sono esseri umani».