Tutti in piazza contro l’Unione... di fatto

Caro Direttore, in tutta Italia è in preparazione la manifestazione del 2 Dicembre prossimo contro questa malfamata Finanziaria, i cui autori non sono tutti identificabili. Ed anche a Genova gli iscritti e i simpatizzanti di F.I. e di tutta la C.d.L. organizzano una partecipazione almeno distinguibile a questo evento. Mi sembra, tuttavia, che gli avvenimenti politici che si consumano in rapida successione a Roma, nei Palazzi e nelle piazze, abbiano fatto invecchiare prematuramente il titolo di questa manifestazione di protesta, perché altri e forse più gravi motivi di scontento si sono aggiunti nei confronti del Governo attuale. Che ha avuto il merito, nelle ultime settimane, di mettersi contro anche i donnabbondio più timorosi, trasformandoli in potenziali rivoluzionari marsigliesi.
Ma giova,comunque, ricordare che se una buona rivoluzione deve avere dei simboli da abbattere, almeno una bastiglia, ed una nobiltà da decapitare, anche una manifestazione che comincia ad assumere la forma di una rivolta popolare deve poter distinguere il potere contro cui lanciare almeno vivaci invettive e colorite definizioni. Del tutto insolite ed eccentriche delle manifestazioni contro il Governo con ministri, sottosegretari ed esponenti governativi di qualsiasi livello che abbandonano i loro posti nel «Palazzo», come sta accadendo, per unirsi nelle piazze ai sanculotti più vicini ai loro radicalismi ideologici. Umoristico o patetico, è un contegno poco dignitoso censurato dai loro stessi colleghi. D'altra parte, a portare in piazza la propria rabbia in questi giorni sono quasi tutte le categorie sociali, dove il quasi è quasi di troppo. Una Unione di fatto. Contro il Governo e le sue scelte, questa unanimità di popolo si esprime,tuttavia, con motivazioni sociali diverse e spesso opposte. Che risvegliano le lotte di classe di un lontano passato e trasformano l'opposizione ad una Finanziaria, iniqua e pericolosa, in un confronto ideologico per una ridefinizione del tipo di società da costruire.
Per correre ai ripari un ministro, forse il più autorevole, ha affermato, non si sa se con convinzione o consumato e crudele umorismo, che le manifestazioni di piazza e di palazzo, che ormai si susseguono, non sono rivolte contro il Governo, ma espressioni di una democratica dialettica interna di collaborazione. Non sembra, tuttavia, che il suo intervento abbia ottenuto miglioramenti sensibili di una manovra governativa in continua evoluzione né effetti duraturi di pacificazione degli animi. Sembra invece ineluttabile che tutti gli italiani, qualunque sia il loro censo, debbano piangere. Come è stato confermato e pubblicizzato da un manifesto che include nel dolore «anche» i proprietari di yachts megatonici e i costruttori che li producono. Un monito severamente etico per tutti, certamente formulato da chi di sofferenze di popoli se ne intende. Un popolo, il nostro, ciclicamente indirizzato ad un sinistro futuro di lacrime, ma non convinto di questa necessità e già privato di sangue, che si chiede se la felicità promessa qualche mese fa, in campagna elettorale, fosse quella terrena o quella eterna. Ormai anche i cittadini che speravano di poter ottenere gli «ascensori sociali» promessi da qualche fantasioso ministro, dicono di preferire di salire tutte le scale sociali a piedi, ma non in compagnia di questi messianici predicatori.
Il problema non è più questa Finanziaria ma questo governo, di cui nessuno sente più il bisogno e che la stragrande maggioranza del Paese vuole mandare a casa, senza volerlo come vicino. Appare sempre più evidente che questa è una fase politica in cui il disagio popolare, anche se ormai diffuso, si esprime in modo contraddittorio, perché i cittadini sono ancora dignitosamente condizionati dalle loro recenti scelte elettorali. Tutti sentono l'approssimarsi di un evento liberatorio, che solo pochi cercano di evitare od attenuare con «convergenze» governative dai nomi antichi di «larghe intese», «governo tecnico o istituzionale», «invernale» o «balneare». Compromessi politici artificiosi, anacronistici e penalizzanti per il Paese. E che il Paese non vuole più. Ma i Casini non mancano mai. Non quelli di un tempo perduto, ordinati e sicuri,di utilità sociale. Ma quelli attuali, impraticabili ed inaffidabili. E' diffuso anche il timore che un governo abbattuto possa rinascere dalle sue ceneri, come la mitica fenice, e che anche l'attuale Presidente della Repubblica, come qualche suo non lontano predecessore, possa negare ai cittadini il ritorno alle urne. Eventualità non improbabile, che alla maggioranza degli italiani sembrerebbe,tuttavia, inopportuna. Il nostro Presidente, anche se accompagnato da qualche pregiudizio ideologico, è stato affettuosamente accolto dagli italiani.Ed è un uomo di grande esperienza,che ha vissuto tragici eventi popolari, ripensati in seguito con sincera e critica sofferenza. Sembra non
fondata l'ipotesi che possa opporsi alla volontà del popolo, se questa è chiaramente espressa. Il 2 dicembre il popolo avrà la responsabilità e la libertà di manifestare la «pazzia» che qualcuno gli attribuisce ed, eventualmente, di chiedere che gli venga riconosciuto il diritto di ritornare alle urne, legittimato dalla sua sovranità. Il 2 Dicembre, a Roma. Con fiducia.