Tutti in processione a casa di Piergiorgio

da Roma

Il parroco della chiesa di San Giovanni Bosco a Cinecittà ha obbedito al vicariato di Roma, ma ha perso un pezzo dei suoi parrocchiani. Perso nel senso che nel quartiere dove Piergiorgio Welby abitava, e dove per lui ci si aspettava i funerali religiosi nella moderna chiesa dei salesiani, se si svolgesse un sondaggio la risposta sarebbe sempre la stessa, quasi cento a zero: «È una vergogna». Lo dicono laici e cattolici, atei e persone che andate in quell’oratorio da bambini. Perché anche se «non usciva di casa da più di dieci anni» la storia di Welby in quel quartiere popolare affollato di case dei lavoratori «degli enti locali» la conoscevano tutti. Al civico 8 di via Mazzoccolo, ma anche nelle strade vicine, tanto che di lui si parla fino alla fermata della metro di via Tuscolana, e poi al bar accanto alla chiesa, fino al cortile, naturalmente, dove si affacciava la sua casa. In chiesa, nell’entrata di via Bonfante, invece, arrivano a chiudere la porta in faccia a chi chiede di parlare con qualcuno della decisione di non celebrare i funerali. Sbam, se ne vada. Nel pomeriggio il parroco don Silvio ha fatto dire che non riceveva nessuno e non ha accettato neanche un contatto telefonico.
Nel cortile di via «Enrico Mazzoccolo, giurista» numero 8 c’è una madonnina con una candela accanto e due mazzi di rose. C’è un via vai di gente con pacchi e panettoni, ed è eccezionale che si fermino a parlare con quei pesi incollati alle braccia, quattro sacchetti per braccio, qualche volta un cane tenuto al guinzaglio. C’è chi lo chiama Piero, chi Giorgio. «Era la fine del mondo - dice la signora Angela, che abita nella scala di fronte all’appartamento dei Welby - da piccolo giocava a calcio con mio figlio, ma non gli riusciva, però voleva giocare. Mio figlio l’ho chiamato e gli ho detto: Giorgio è morto. E lui: mamma, non me lo dire... Quando Giorgio prese a fumare, con il braccio sinistro doveva tirarsi su il destro per aspirare perché non ce la faceva. Prima di finire in carrozzella andava a caccia con il padre. Cosa non ha fatto quel padre per quel figlio! Poi, da quando è morto il papà, Giorgio non l’ho visto più. Da dodici anni non l’ho più visto neanche affacciarsi al balcone. Vedevo la moglie Mina, che mi faceva ciao con la mano e allargava le braccia. Speravo che il Signore se lo riprendesse. Piergiorgio ha fatto quello che desiderava».
Un’altra vicina spiega di essere molto cattolica: «Se la vita te l’ha data Dio, solo Dio te la può togliere». Ammette, però: «Certo, quando uno soffre a quel modo... E mi pare brutto che non gli diano i funerali». «Ci sono cattolici che riescono a soffrire e altri che non ce la fanno», aggiunge un giovane dello stesso palazzo.
C’è poi la vicina di pianerottolo. Dice che la madre di Piergiorgio, la signora Luciana, di 86 anni, «è fin troppo battagliera». Ma per la moglie i funerali mancati «sono stati una cosa molto dolorosa. Loro sono cattolici». Anche Piergiorgio Welby? «Credo di sì, in fondo, tutta la famiglia lo era. Non è questa la pietà cristiana - si sfoga - non è questo quello che ci hanno insegnato. E non mi sembra il caso di comportarsi così in un momento di scontro tra le religioni. Non si può rifiutare il funerale a una persona che ha sofferto così».
«I funerali li fanno a cani e porci, a delinquenti, ad assassini! - protesta il signor Gianni, che vedeva spesso Piergiorgio Welby in carrozzella, anni e anni fa - Io ci credo, in Dio, ma è lui che deve decidere. Questa scelta di non fargli i funerali è una vergogna».