Tutti protagonisti fuorchè gli intellettuali

Il dibattito è stato animato dalla classe politica, l’«intellighenzia» ha preferito non esporsi, con poche eccezioni

Alberto Toscano

da Parigi

Il sì sembra in rimonta e dunque la partita si giocherà sul filo di lana. La cosa più impressionante - che testimonia il disorientamento di gran parte dei francesi - è l'elevatissimo numero di coloro che sembrano orientati ad astenersi o a dare un voto bianco o nullo. Almeno un elettore su tre sarebbe in tali condizioni. Se poi si tien conto di coloro (anch'essi molto numerosi) che voteranno sì o no, ma che sono ancora indecisi tra quelle due opzioni, il quadro è evidentemente dominato dalla massima incertezza.
La campagna elettorale è terminata ufficialmente a mezzanotte. Gli ultimi appelli sono stati basati sul desiderio di intimorire i francesi nell'ipotesi del successo degli uni o degli altri. L'insieme degli esponenti del centrodestra - compreso Nicolas Sarkozy, che guida il partito di Chirac anche se ha pessimi rapporti personali con l'Eliseo - hanno chiesto ai francesi di evitare quello che considerano un salto nel buio, ossia il successo del no. Secondo loro la ratifica del Trattato costituzionale europeo, firmato a Roma lo scorso 29 ottobre, è l'unico modo per garantire alla Francia un ruolo di primissimo piano nel contesto comunitario. L'ex primo ministro socialista Lionel Jospin si è rivolto ai connazionali con un'esortazione: «Non prendete l'Europa in ostaggio per la vostra voglia di cacciar via Chirac!».
In zona Cesarini anche gli intellettuali hanno cominciato a muoversi dalla parte del sì o del no. La lunga campagna elettorale dei mesi scorsi aveva visto l'inedito pudore di molti scrittori e filosofi francesi d'esprimere la propria opinione in modo chiaro e deciso. Tanti pensatori professionali, abituati a dire la loro su tutto, hanno visto irrigidirsi improvvisamente la propria lingua e la propria penna. Una buona dose di timidezza è stata mostrata anche da coloro che si sentivano «istintivamente» portati dall'una o dall'altra parte: in privato annunciavano la propria intenzione di voto, ma quando si trattava di firmare un appello di tiravano prudentemente indietro.
Sollecitati dall'ex ministro della Cultura Jack Lang a schierarsi apertamente per il sì, solo pochi intellettuali - come la storica della psicanalisi Elisabeth Roudinesco - hanno accettato di partecipare ai comizi del vertice socialista a favore del Trattato costituzionale. In realtà solo i più decisi a favore del sì o del no sono scesi in campo armi e bagagli, essendo pronti a pagare in termini di (mancata) popolarità il prezzo delle loro opinioni. È stato il caso degli scrittori Jean Daniel sul fronte del sì e Max Gallo su quello del no. Per loro la battaglia delle urne avrà conseguenze di portata storica per la Francia e per l'Europa.
Jean Daniel pubblica sul settimanale Le Nouvel Observateur una «Lettera a un amico, partigiano del no». Cosa assolutamente eccezionale, l'intera copertina del grande settimanale di sinistra viene consacrata a una frase dello stesso Jean Daniel, che dice: «Se vincesse il no, come potrebbe la Francia far dimenticare d'essersi dimostrata indegna delle aspettative da essa stessa suscitate e indifferente al proprio ruolo nella Storia?». Per Max Gallo, anche lui intellettuale di punta della sinistra transalpina, è proprio il bisogno della Francia d'essere se stessa a doverla spingere verso la diffidenza nei confronti della logica «tritatutto» dell'attuale integrazione comunitaria. Per Gallo, l'Europa non può essere una ragione per rinunciare al modello sociale francese e alla difesa dell'economia nazionale dall'«ondata dell'ultraliberalismo». Un punto, quest’ultimo, su cui Daniel e Gallo sono d'accordo. Solo che per il primo l'obiettivo si può conseguire solo con «più Europa» e per il secondo solo con «meno Europa».
Tra gli intellettuali che hanno deciso d'esprimersi in zona Cesarini c'è il filosofo francese oggi forse più noto e comunque più mediatizzato: Bernard-Henri Lévy, intervistato dal quotidiano Le Monde. «La memoria nera del nazismo e del comunismo - afferma Bernard-Henri Lévy - erano la base del progetto europeo, ma oggi è normale che ci sia dell'altro: una nuova Costituzione. Per questo voterò sì».

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