Tutti quei delitti rimasti senza un colpevole

Prima si ricompone il corpo, poi si identifica la vittima, quindi si cerca un movente e infine si dà la caccia all’assassino. Ma nel caso delle ossa spuntate dal campo in fondo a via Ripamonti siamo ancora lontani persino dal primo passaggio. Perché in mano agli investigatori per il momento non c’è neppure un cadavere ma solo un omero, un giubbotto e due bossoli calibro 38. Per di più trovati a 200 metri dallo scheletro di un pregiudicato friulano, tanto per rendere tutto più complicato. Il resto è una strada in salita. Anche se la «storia in nero» di Milano insegna come non sempre, superati i primi «scogli», si arrivi alla soluzione del giallo e di molti delitti non si è mai capito nemmeno la ragione.
Dunque due morti, quasi sicuramente ammazzati, forse insieme (la distanza tra i due corpi potrebbe essere spiegata con un tentativo di fuga delle vittime) o forse anche in due momenti distinti, magari non dallo stesso killer. E se uno è stato identificato per un balordo di Gorizia, l’altro è ancora un punto di domanda. Di lui abbiamo solo un pezzo di braccio, un giubbotto e due bossoli segno che è stato ucciso. Il resto lo stanno cercando gli investigatori che da tre giorni scavano tutto attorno. La mobile attende qualche risposta dall’esame dei proiettili, ma se non si dà un nome a quei resti, l’indagine è destinata a fare pochissima strada.
Senza identità non si possono setacciare la personalità e le amicizie del morto, essenziali per individuare un movente e circoscrivere il numero dei sospettati. E non sempre basta. Come accadde nell’inchiesta su Salvatore Corigliano, ragazzo di 27 anni, ucciso con tre colpi di Smith & Wesson 357 all’interno della sua edicola in piazza Esquilino il 4 gennaio del 1999. Pessima la partenza per gli investigatori, nessuno ha visto nulla. Ma è peggio ancora quando si scava nella vita della vittima: ragazzo modello, senza vizi, atleta, cintura nera di karaté, fidanzato, animatore all’oratorio. Qualche sospetto sul compagno di una giovane donna che si era invaghita di lui, e forse aveva pure iniziato una relazione, ma l’uomo era al lavoro al momento del delitto. Non solo non si scoprirà mai chi ha ucciso Corigliano, ma nemmeno perché. Forse per sbaglio ha visto, sentito, saputo qualcosa, ma è solo un sospetto che per di più non porta da nessuna parte.
«Delitto ambientato nel mondo della prostituzione», vuole dire tutto o niente, ma almeno assomiglia a un movente anche se non porterà a risolvere la strage avvenuta tre giorni prima, in piazza Dateo quando tra i botti di capodanno si confondono dodici colpi sparati da due pistole diverse, una Berretta e una Tanfoglio. A terra un viados brasiliano, Paulo «Paula» Barboza dos Santos, 29 anni, e due passanti Piefrancesco Talgati, 51, e un cingalese, Clemente Nikson Fernand Wattoru Tantirige, 27. Tre persone che nemmeno si conoscevano. Il primo ammazzato forse per qualcosa (ma cosa?) legato alla sua «professione», gli altri forse perché testimoni, da un killer poi fuggito forse su una Porsche cabrio. Troppi forse, infatti una serie di balordi con decappottabile entrano ed escono dall’inchiesta, chiusa poi riaperta nel 2005 e infine di nuovo archiviata.
Di moventi invece ce n’erano fin troppi per spiegare la morte di Ettore Gerri, 56 anni, spregiudicato imprenditore edile con «relazioni pericolose» in ambienti in odore di mafia. Rientrato da una cena la sera del 16 marzo 2004 viene affrontato sotto casa in via Archimede da tre killer che gli sparano tre colpi: due per abbatterlo, il terzo alla testa per finirlo quando a terra. Troppa gente equivoca attorno a lui, camorristi, mafiosi, donnine da night, cocaina, imprese fantasma, fatture false. Nemmeno i famigliari sembrano al di sopra di ogni sospetto, qualcuno apertamente al telefono esprime tutta la propria soddisfazione per la morte dell’imprenditore.
C’è un movente, un «sospettato» e anche un identikit nella morte di Pasqualina «Lina» Labarbuta, 38 anni, uccisa il 6 maggio 2009 con una sola coltellata al cuore nei giardinetti tra via Borsa e via Alex Visconti. La donna, madre di tre figli, abitava in zona, e quel giorno doveva andare a sostituire la portinaia dello stabile Aler di via Visconti 10-12. Alle 13 esce per andare a mangiare un panino sulla panchina, incontra un italiano dalla pelle scura, discute animatamente poi lui affonda la lama nel petto, fugge e getta l’arma del delitto. La letteratura dice che in casi del genere l’assassino è uno spasimante respinto ed è anche quel che pensa la squadra mobile. C’è anche una descrizione dell’uomo. Tutto facile? Nemmeno per sogno. «Lina» è una donna molto bella e soprattutto molto libera. Il suo cellulare è pieno di nomi maschili. Troppi e magari il suo assassino non è nemmeno nella sua agenda. Non porta a nulla l’esame scientifico sul coltello e nemmeno l’identikit fatto con le descrizioni dei testimoni. Dunque la pista è quella giusta, delitto passionale, l’autore è un conoscente della vittima c’è anche una descrizione sommaria. Ma non verrà mai individuato.