Tutti gli scontenti del governo pronti a silurare la Finanziaria

da Roma

Il film sulla Finanziaria al Senato sembra un racconto di Agatha Christie. Per l’esattezza «Assassinio sull’Oriente express»: tutti i protagonisti hanno un motivo valido per affossare la manovra (nel libro, di commettere un omicidio). Insomma, ogni esponente della maggioranza ha valide ragioni per non votarla.
Possono farlo i diniani come Rifondazione comunista; Unione democratica (Bordon e Manzione) come i socialisti di Angius; Mastella come i sudtirolesi. Tutti, a partire da oggi, hanno un motivo valido; e ancora di più ne avranno quando la manovra nel suo complesso - qualora dovesse superare lo scoglio di Palazzo Madama - tornerà al Senato dopo il passaggio a Montecitorio; appesantita come sarà dal disegno di legge sul welfare e preceduta dal difficile voto di fiducia sul decreto legge.
Per esempio, i diniani hanno sempre detto che non accetteranno aumenti di spesa. La legge finanziaria si porta in pancia due miliardi netti di maggiori spese; e, di questi, almeno 400 milioni non hanno la necessaria copertura finanziaria. È presumibile, quindi, che i diniani puntino a votare contro tutti gli aumenti di spesa introdotti dalla commissione Bilancio di Palazzo Madama.
In questo modo, però, si metteranno contro buona parte della maggioranza che, al contrario, ha votato gli emendamenti passati in commissione. E tenuto conto che l’aula del Senato dovrà discutere altri 600-700 emendamenti (quelli dell’Unione sono al 99% di aumento di spesa), è verosimile che la manovra diventi un Vietnam. Da qui, la richiesta del relatore di maggioranza, Legnini, di ridurre gli emendamenti per evitare il voto di fiducia.
Per seguire la richiesta della sinistra estrema di intervenire per attutire gli effetti del caro-petrolio, il governo poi starebbe pensando poi a creare un fondo nel quale far confluire il maggior gettito Iva determinato dall’aumento del prezzo dei carburanti. Con l’obbiettivo di utilizzare le risorse per ridurre le bollette delle famiglie meno fortunate.
Si tratta di una mossa difficilmente praticabile e a rischio censura da parte della Commissione europea: l’Iva è l’imposta sulla quale è calcolato il contributo europeo. Ogni intervento sull’Iva dev’essere autorizzato da Bruxelles. E difficilmente la Commissione accetterà di veder ridotto il contributo italiano perché è stato creato un fondo con il maggior gettito Iva sui carburanti.
I rischi per la maggioranza, però, non vengono solo dai diniani. Turigliatto (ex Rifondazione), per esempio, riproporrà i suoi 40 emendamenti di aumento della spesa; così come, sempre dall’ala sinistra, verrà rilanciata l’idea di tassare le rendite finanziarie ed estendere l’assunzione dei precari della pubblica amministrazione. Con un problema in più. Mentre l’aula di Palazzo Madama discuterà la Finanziaria, Montecitorio sarà alle prese con due provvedimenti collegati: il decreto fiscale e il disegno di legge sul welfare. Ne consegue che le scelte che verranno fatte al Senato saranno anche condizionate dall’iter dei lavori di questi altri due provvedimenti.
Il primo è una mina per i conti pubblici. L’emendamento Rossi (ex Pdci) che porta da 150 a 300 euro il bonus una tantum fa lievitare i costi per 1,9 miliardi. Il governo vuole cancellarlo; Rossi si accontenterebbe di trasformarlo in un ordine del giorno. Ma i diniani sono pronti a dare battaglia sull’argomento (rientra nella categoria «aumento delle spese»).
Anche il provvedimento sul welfare rischia di incontrare problemi. La misura sui lavori usuranti potrebbe costare più dei 2,5 miliardi previsti. E incontra le perplessità dei centristi. Oltre che della Ragioneria generale dello Stato, che già non condivide la copertura prevista dalla norma che elimina il ticket sulla diagnostica.