Ma tutti temono un attacco Usa contro Teheran

Washington conferma: pronto un piano, però non è in programma alcun intervento armato Continuano le manovre militari americane

«Smentisco categoricamente che le Forze Armate americane si stiano preparando a lanciare un attacco aereo contro l’Iran». Con queste parole il generale Peter Pace, Capo del comitato dei capi di stato maggiore, ha chiarito in Congresso che gli articoli di stampa pubblicati in Europa e negli Stati Uniti su un imminente attacco a Teheran sono destituiti di fondamento. La dichiarazione, la cui sostanza coincide con il punto di vista del segretario alla Difesa Robert Gates, non è però bastata a tranquillizzare gli animi: lo stesso ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, si è detto preoccupato circa l’ipotesi di un’iniziativa militare americana contro l’Iran.
E del resto se da una parte Washington tende un ramoscello d’ulivo, con la proposta di coinvolgere Iran e Siria in una conferenza sull’Irak ad alto livello, dall’altra il vicepresidente Dick Cheney ha ribadito che l’ipotesi di un intervento militare «rimane sul tavolo».
Gli Stati Uniti stanno adottando verso l’Iran una strategia molto articolata e sofisticata: invitano Teheran a parlare di Irak e non solo, ma intanto lavorano al testo di una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che condanni l’Iran per non voler fermare i suoi piani nucleari e che vari nuove e più stringenti sanzioni. La partita diplomatica richiederà tempo. Ma l’intelligence statunitense ritiene che la corsa di Teheran verso la bomba non sia poi così rapida: il viceammiraglio John McConnell, massima autorità dell’intelligence americana, ha detto che Teheran avrà la bomba e un missile per recapitarla a partire dal 2015.
Non di meno il Pentagono lavora alla pianificazione di un conflitto con l’Iran. Il compito è demandato al Comando responsabile per la regione del Golfo, il Centcom, che ha naturalmente approntato sia un piano di guerra «base» - un “Oplan” - sia una serie di soluzioni di emergenza per fronteggiare specifiche evenienze. Si tratta di una attività che qualunque Stato Maggiore deve condurre per poter poi offrire opzioni ai decisori politici. E questo non contrasta affatto con la risposta del generale Pace. Un conto è predisporre piani, altro è prepararsi effettivamente all’attacco.
Il piano di guerra «standing» viene poi continuamente aggiornato per tener conto delle informazioni raccolte dall’intelligence (con conseguente modifica delle liste dei bersagli) e delle capacità militari iraniane e statunitensi. Perché se Teheran potenzia le sue difese e continua a effettuare esercitazioni, gli Stati Uniti non sono da meno. Nuovi sistemi d’arma sono in corso di sviluppo, mentre esercitazioni molto più complesse e realistiche di quelle iraniane mettono alla prova porzioni del piano di guerra. Entrambi le parti si preparano, ma la Casa Bianca non ha chiesto, né tantomeno approvato, un vero piano d'attacco. Per ora.