Tutti gli uomini del raìs: da assi a «wanted»

Il ricercato numero uno è Muammar Gheddafi e la sua allegra famigliola, ma in queste ore sono in tanti, fra generali, uomini di fiducia e politici fedelissimi del colonnello sulla lista nera dei ribelli. Ce n’è abbastanza per comporre un ipotetico mazzo stile Irak, dove i militari americani stamparono i volti dei sodali di Saddam sulle carte da gioco per identificarli più facilmente. Molti «wanted», però, stanno tentando di saltare il fosso all’ultimo minuto per salvarsi il collo. Oltre a Gheddafi e al figlio Saif al Islam, assi di picche e quadri, è ricercato per crimini di guerra dal tribunale internazionale il cognato del colonnello, Abdullah Senussi. Il capo dei servizi segreti del regime, asso di cuori, è odiato quanto l’ex padre-padrone libico. I lavori sporchi spettavano a lui, ma si dice che nelle ore della caduta di Tripoli abbia chiesto protezione al clan di Abdel Salam Jalloud, l’ex numero due del regime e poi oppositore che la scorsa settimana è stato in Italia.
Della famiglia Gheddafi il più odiato di tutti, dopo il capostipite, è Khamis (dato per morto ieri per la quarta volta), soprannominato «il macellaio». Il figlio militare del colonnello comandava la 32° brigata, le truppe di élite del regime con il basco rosso. Anche Mutassim, re di picche e Consigliere per la sicurezza nazionale, rischia di fare una brutta fine. Forse riuscirebbero a salvarsi la pelle Mohammed Gheddafi, che non ha le mani sporche di sangue, Saadi, che sta cercando disperatamente di trattare, e Hannibal, il figlio svitato. Incerta la sorte di Aisha, l’unica figlia naturale del colonnello, donna di picche, che fino all’ultimo ha inneggiato al regime del padre. Oltre alla numerosa famiglia del capo i ribelli stanno cercando con il dito sul grilletto alcuni generali che si sono distinti nella sanguinosa repressione. Hassan El Kassah, comandante della polizia segreta del ministero dell’Interno, farebbe una brutta fine se catturato. La caccia è aperta anche per Ali Riffi al Sharif, capo di stato maggiore dell’aeronautica. Un altro generale, Abdul Rahman Al Syd, era assediato nella sua fattoria alle porte della capitale qualche giorno fa. Notizie discordanti riguardano il capo della scorta personale di Gheddafi, che ha vegliato sul colonnello sotto le bombe della Nato. Non conoscendolo per nome lo chiamiamo «Cocis», per la sua faccia da tagliagole. Secondo alcune fonti dei ribelli il fante di cuori dell’ipotetico mazzo di carte dei ricercati si sarebbe consegnato. Altri giurano che è sempre al fianco del colonnello e lo rimarrà fino alla morte. Bashir Saleh, capo della segreteria personale di Gheddafi, fante di quadri, sarebbe già stato arrestato, mentre tentava la fuga con i figli, spacciandosi per sudanese. Fra i generali chi ha tentato il salto del fosso all’ultimo momento, forse con successo, è Abu Bakr Younis Jaber. A capo delle forze armate ha partecipato con Gheddafi al golpe del 1969, ma dall’inizio della rivolta non si è mai sbilanciato troppo. Il primo ministro Al Baghdadi al Mahmoudi, re di cuori, cercherà disperatamente di salvarsi il collo. Uomo di paglia del colonnello sembra che nelle ore precedenti alla caduta di Tripoli abbia cercato di riparare in Tunisia assieme ad Abdullah Mansour. Quest’ultimo era sulla lista nera dell’Unione europea come responsabile della tv di stato e personaggio che aveva svolto diverse missioni delicate per Gheddafi. Anche Mohamed Abou El-Kassim Zouai, segretario generale del Congresso del popolo, il «parlamento» libico, probabilmente spera di farcela, come altri gerarchi con cariche più che altro onorifiche.
Il viceministro degli Esteri, Khaled Qaim, volto umano del regime, che si presentava davanti alle telecamere di mezzo mondo, forse ha già cambiato bandiera. Come spiega il suo segretario a Il Giornale «adesso c’è la nuova rivoluzione», mentre la «vecchia», quella di Gheddafi, va in soffitta. Anche le figure minori, come i propagandisti del regime, sono particolarmente odiati dai ribelli. Il più sulfureo è Yusuf Shakir, fante di fiori, che viveva da nababbo all’hotel Rixos di Tripoli con guardia del corpo, moglie intrigante e figli. Nei sotterranei dell’albergo, che ospitava i giornalisti, avevano ricavato uno studio televisivo per mandarlo in onda in funzione anti ribelli. Al Rixos alloggiava da sei mesi anche Moussa Ibrahim, re di quadri, il portavoce del regime con la giovane moglie tedesca ed il figlio piccolo. Nascosto chissà dove ha lanciato nelle ultime ore l’ultima carta di un negoziato per la transizione, a nome di Gheddafi, fuori tempo massimo. Oltre ai pesci grossi chissà cosa accadrà ai piccoli, come Osama che viveva bene al tempo del colonnello, ma ha deciso di usare il kalashnikov solo per difendere la sua famiglia. Oppure il simpatico Khaled, un piccoletto sorridente che organizzava gli spostamenti per la stampa internazionale. Abdul Jalil che faceva un po’ lo spaccone accompagnando i giornalisti per conto del regime era in fondo un bravo ragazzo e ci credeva. Durante i bombardamenti Nato gli è nato il primo figlio e viveva con la moglie nel quartiere di Abu Salim, ultima roccaforte dei lealisti. L’altro giorno al telefono ha detto poche parole sottovoce: «Devo trovare un posto sicuro per la mia famiglia».
www.faustobiloslavo.eu