Tutti zitti se il babyfenomeno è il signor Rossi

Grandi, e meritati, elogi per Gourcuff ma nessuno, a volte neanche le loro squadre, si accorge dei talenti nostrani

Tony Damascelli

Volete mettere il formaggio francese, il jamon iberico, la birra belga, il salmone norvegese, il prêt à porter parigino, i film americani con la roba nostrana? Volete mettere un qualsiasi straniero del calcio con gli italianuzzi? Eppure le cose stanno così, o quasi. Il forestiero è un bene da proteggere, non importa da dove arrivi, importa il passaporto, a volte il colore della pelle e se parla un italiano imperfetto allora fa tendenza, fa simpatia, fa ingaggio. Per i nostri boys la vita è un po’ più dura. Gourcuff è sicuramente un talento, con lui la nuova generazione francese (anche se spuria) offre elementi di livello, da Nasri a Benzema a Bryant di cui tra qualche mese qualcuno scoprirà le fenomenali doti. Come era un talento Martins, come lo è Suazo e altri ancora. Ma se Riccardo Montolivo, classe 1985, invece di nascere a Caravaggio, dolce paese di Michelangelo Merisi, avesse preso la cittadinanza di Nancy o Portsmouth, Den Haag o Vladivostok, sicuramente oggi godrebbe di fama e popolarità definitive che nemmeno i due gol segnati con la Under 21, nemmeno la maglia della Fiorentina gli hanno garantito, almeno finora. Lo stesso caso riguarda il suo sodale Pazzini che, secondo le correnti di pensiero tecniche e tattiche, «deve lavorare» per diventare un vero campione, come se i colleghi dell’attaccante di Pescia, quelli stranieri intendo, siano nati tutti imparati.
In ordine sparso citerei Acquafresca del Treviso, Andreolli dell’Inter, Cerci, Giacomini e Simonetta della Roma, Aurelio del Genoa, Lazzari dell’Arezzo. Se le tre grandi società del nostro calcio non sono riuscite in questi ultimi anni a cavare un gioiello dal buco del settore giovanile dovrebbe significare che la scuola italiana non ha più scolari ma nemmeno docenti. Se la Juve punta ancora su Zalayeta e tiene in sospeso Palladino (l’ultimo prodotto pesante del vivaio bianconero si chiama Roberto Bettega, non Del Piero che viene dal Padova!) non è certo per la qualità tecnica del calciatore, a parti invertite lo straniero avrebbe posto, l’italiano andrebbe in panchina eterna. Se l’Inter continua a comprare all’estero e dai tempi di Zenga e Bergomi non trova un campione di lingua madre (calcistica) forse qualcosa dovrà pur significare e lo stesso discorso riguarda il Milan del dopo Maldini e Albertini. Indicazioni diverse arrivano, per fortuna, da Roma, anzi dalla Roma: tre uomini su tutti, Totti, De Rossi, Aquilani, a conferma, stavolta, che il lavoro di Bruno Conti, il terreno fertile della città, il traino di una figura carismatica, emblema della città tutta, cioè Totti, hanno avuto la prevalenza sul mercato facile degli stranieri, facile e fertile soprattutto per i procuratori che non possono speculare sui giovani italiani così come accade con i forestieri.
Sull’argomento è apena uscito, per i tipi di Kowalski, un libro sfizioso dal titolo Bidoni, scritto da Furio Zara, con la prefazione di Gianni Mura. Da Aaltonen a Zavarov, 100 storie di campioni in teoria, brocchi di razza, guitti, avventurieri e giullari del calcio italiano dal 1980 a oggi. Al di là di alcune provocazioni, tra queste Klinsmann, Sliskovic, Raducioiu, Asprilla, Bergkamp, il libro è il riassunto del tema odierno, gli stranieri (come Bothryod, Caio, Caraballo, Esnaider, Hedman, Ma, Myrtaj, Rambert, Tchangai e a seguire fino a cento) comunque scaricati dagli scafisti furbi e ricchi sulle nostre riviere pallonare e gli italiani fermi a osservare, da panchinari o disoccupati. Tutto ciò nulla toglie al valore di Gourcuff che però è nella fase montessoriana della sua carriera. Verrà il tempo, ma intanto con il titolo mondiale sul petto viva l’Italia. O no?