Tutto Caravaggio minuto per minuto

Era un tipaccio, Caravaggio. Litigioso, aggressivo, sboccato, violento. «Stravagantissimo» lo definisce il Mancini; «un poco discolo» lo dice con il dente avvelenato il Baglione; «d’ingegno torbido e contenzioso» il Bellori. Ma, più delle biografie secentesche, a parlare sono i documenti, aridi e spietati, ma veri. E Caravaggio, nel quarto centenario della morte, ne ritrova una messe. Sette giovani storici e archivisti, guidati dal direttore dell’Archivio di Stato di Roma Eugenio Lo Sardo, hanno scavato per circa un anno lungo chilometri di scaffali, alla ricerca delle preziose carte caravaggesche che andavano deteriorandosi. A sponsorizzare l’impresa, Arcus, Ics, Fit, Land Rover, Eberhard, Fondazione del Credito Bergamasco, Axa, Società R. Schioppo SAS, Autoservizi Canuto e G. Pezzola. Il risultato è sorprendente: sono riemersi ignoti atti giudiziari, contratti di commissione e di affitto, notizie di cronaca nera e bianca. Documenti che tratteggiano la vita reale del pittore, la quotidianità tra vicoli e osterie, le botte e i colpi di spada a tradimento, i luoghi di vita, il carattere.
Insomma, riemerge il Caravaggio vero, quello che ai birri urla: «ve ho in culo tanto se me meni preggione quanto che no». Che gira con una «lama di spada con manico d’argento, senza fornimenti, solo col fodero et puntale senza bottone» e che tira un piatto di carciofi addosso al garzone di un’osteria. Un Caravaggio rivisto nella cronologia dei suoi spostamenti da Milano a Roma, nella fuga disperata, sino alla morte a Porto Ercole, attraverso testimonianze precise e mappe dei luoghi. Il materiale inedito, insieme a quello noto, sarà presentato a Roma (Archivio di Stato, Sant’Ivo alla Sapienza) il 10 febbraio nella mostra «Caravaggio a Roma. Una vita dal vero» (sino al 15 maggio), curata da Orietta Verdi e Michele di Sivo. Accanto ai documenti ci saranno opere di Caravaggio e colleghi in stretta relazione ai testi trattati.
Ma intanto le novità. La prima è l’arrivo a Roma del pittore, non ventenne, come sinora si credeva sulla base del biografo Giulio Mancini, ma venticinquenne, cioè nel 1595-1596. A dirlo sono vari documenti, tra cui la lunga deposizione di Pietropaolo Pellegrini, garzone di origine milanese di un barbiere romano, ritrovata in un registro di carte giudiziarie, che dà molte notizie sull’arrivo a Roma di Caravaggio e sui suoi esordi romani. Dove? Proprio nella bottega del pittore siciliano Lorenzo Carli, che viveva con moglie e figli in via della Scrofa, come sosteneva il Baglione. Non solo, nel documento compare l’inventario della bottega del Carli, con le «opere grossolane» ricordate dal biografo. Preziosa poi la descrizione fisica del Merisi fatta dal garzone: «Questo Michelangelo pittore è di età di 28 anni incirca, di giusta statura, più presto grande che altrimente grassotto, non molto biancho in faccia ne anco bruno, et ha un poco di barba negra, ma poca, et veste di negro, di mezza rascia negra, non troppo bene in ordine et alle volte va bene in ordine et alle volte no, et porta in testa un cappello di feltro negro». Aggiunge che parla milanese, anzi lombardo e che aveva frequentato la bottega del suo padrone per «tosarsi» e curarsi di «una grattatura a una gamba».
Dunque Caravaggio, la cui descrizione fisica corrisponde ai tanti autoritratti che affiorano nelle sue opere, arriva a Roma cinque anni dopo il previsto, fatto che obbligherà gli storici a una revisione cronologica di gran parte delle sue opere. Ma com’era? Un caratteraccio, rissoso e difficile, non troppo diverso da tanti tipi che frequentavano la Roma del tempo, misera e malavitosa. Sempre implicato in processi, davanti ai «giudici dei malefici» a difendersi contro accuse più vere che false. A cominciare dal noto processo contro il Baglione, rivale in pittura, contro cui la banda di Caravaggio compone versi osceni. Per continuare con quello contro il caporale dei birri, che racconta come il pittore, fermato perché portava spada e pugnale, dopo aver presentato la licenza, avesse risposto con malagrazia «Ti ho in culo» finendo così nella prigione di Tor di Nona. O come quando aggredisce nel 1601 Tommaso Salini, da lui considerato tra i pittori «cattivi», colpendolo più volte con la spada e dandogli del «becco fottuto» o «cornuto». Per il ferimento a Piazza Navona del notaio Mariano Pasqualoni, colpevole di aver sparlato della sua «donna», Lena, cioè Maddalena Antognetti, modella della Madonna dei pellegrini e della Madonna dei Palafrenieri, Caravaggio è costretto a fuggire a Genova il 29 luglio 1605 e poi addirittura a scusarsi con il notaio per poter rientrare nella capitale il 26 agosto.
Ma c’è un’altra rivelazione eccezionale che esce dalle carte: l’affitto di una casa nel cuore di Roma per farsi lo studio e lavorare a due grandi quadri, la Morte della Vergine e la Madonna dei Pellegrini, dal 1604 al 1605. Sinora si sapeva che il Merisi era stato ospite a lungo presso i suoi mecenati, come il cardinal del Monte, a Palazzo Madama. Ora sappiamo che l’8 maggio 1604 il pittore affitta da Prudenzia Bruni, vedova di un mercante di pelli, un’abitazione in vicolo di San Biagio in Campo Marzio, di proprietà del giurista Laerte Cherubini, e ancora esistente in vicolo del Divino Amore numero 19. A questo signore il pittore aveva promesso sin dal 1601 la pittura della Morte della Vergine per la sua cappella in Santa Maria della Scala in Trastevere, ora al Louvre. Per realizzare questa grande tela Caravaggio aveva incluso nel contratto di locazione una curiosa clausola: l’autorizzazione a «scoprire la metà della sala», al primo piano, cioè smontare il tavolato della soffitta per avere più spazio e più luce. Era nata così quella splendida popolana morente, «gonfia, e con le gambe scoperte», «una meretrice sozza degli ortacci», con il volto della cortigiana amica del pittore, rifiutata dai religiosi.
Quello che però intriga di più è l’inventario dei beni del Merisi conservati in quella casa e sequestrati da Prudenzia Bruni nel 1606 per i mesi d’affitto non pagati e i danni del soffitto della sala. Qualche bicchiere, qualche scodella, molti stracci, «un par de calzonacci verdi», spade, pugnali, una chitarra, un violino, dodici libri, due tele da dipingere. Molto poco. Eppure, lì, al freddo, nascevano i maggiori capolavori della storia dell’arte.
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