"Ma tutto il clero era ostaggio del Kgb"

"In Urss per salvarsi la vita e proteggere la fede l’unica strada era venire a compromessi, quasi sempre a fin di bene"

Milano - Ha passato una vita a tenere viva la fiamma della fede nell’Unione Sovietica sotto il tallone del comunismo. Ma non se la sente di condannare Stanislaw Wielgus. Padre Romano Scalfi, classe 1923, fondatore e anima di Russia Cristiana, scoppia in una sonora risata quando gli si fa notare che monsignor Wielgus era venuto a compromessi con il regime di Varsavia: «E dov’è la sorpresa? In Unione Sovietica tutta la Chiesa ortodossa era nelle mani del Kgb. Di fatto, il Kgb sceglieva i vescovi e li “nominava” in base ai loro curricula».
I più compromessi facevano carriera?
«Io sono sempre stato contrario ai compromessi, però non mi scandalizzo. Il punto fondamentale è che il partito controllava tutto, ma proprio tutto. E appena ti muovevi, incrociavi un emissario dei servizi. Necessariamente, o quasi, diventavi informatore».
Spia?
«Io preferisco la parola informatore. Poi c’era informatore e informatore. C’era il delatore, la spia vera e propria che rivelava segreti e faceva del male alla Chiesa; poi c’erano un’infinita gamma di sfumature. Ma quasi tutti, e questo valeva per l’Urss come per i Paesi satellite, lo faceva a fin di bene».
A fin di bene?
«Sì, perché erano convinti che in questo modo avrebbero aiutato la Chiesa».
E questo è vero?
«Nella mia esperienza il compromesso è sempre un male, ma dobbiamo entrare in quella mentalità e in quella realtà. Ricordo un giorno, negli anni Sessanta, a San Luigi dei francesi a Mosca. Una delle due sole chiese cattoliche aperte in tutta la Russia. Bene, io svolsi la mia conferenza, successivamente il prete cattolico disse ai giornali sovietici che io ero un provocatore, un agente dell’imperialismo e non so che altro. Che doveva fare? Se non si fosse piegato, probabilmente avrebbero chiuso pure quella chiesa. Un’altra volta, un padre ortodosso che lasciava Roma e il Russicum con cinque valigie di libri, mi disse: “Che la Madonna mi protegga?” E io: “Spero che qualcuno ti protegga anche di là”».
Era una spia?
«Sa cosa mi rispose? “Certo che qualcuno mi protegge: il Kgb”».
Il Kgb?
«Sì, mi disse che era un informatore, come tutti quelli che gravitavano sul Russicum, e che avrebbe consegnato una parte dei libri ai fedeli e il resto al Kgb, raccontando per filo e per segno anche l’incontro con me. Però, in questo modo i Vangeli entravano nell’Urss».
Il Grande fratello era onnipresente?
«L’universo sovietico era paranoico, ossessivo, permeava tutti gli aspetti della vita. Quando arrivavo a Mosca, fra il 1960 e il 1970, venivo controllato, pedinato, ricevevo telefonate anonime in piena notte. Un incubo. Poi, nel 1970 mi respinsero alla frontiera e cominciai ad andare in Polonia».
Ma in Polonia la realtà era diversa.
«Completamente diversa. Un altro mondo. La Chiesa cattolica aveva resistito, le parrocchie erano aperte, i fedeli affollavano le chiese».
Così, implicitamente, lei accusa monsignor Wielgus.
«Ma no. C’era più tolleranza, ma il sistema era uguale. Lui stesso ha spiegato che la sua collaborazione diventò effettiva al momento di andare all’estero per studiare. Ecco il ricatto: tu vai in Germania, in cambio parli con noi».
Insomma, Wielgus non aveva alternative?
«Mettiamola così: lui accettò per il bene suo e della Chiesa. E pensò: “Non faccio niente di male e intanto posso andare avanti con le mie ricerche”. Il punto decisivo non è il fatto che monsignor Wielgus abbia collaborato».
E qual è allora?
«È come ha collaborato. Ha fatto dei nomi? Ha tradito? Ha fatto imprigionare dei fedeli? Ecco cosa mi chiedo. La circostanza che riferisse a zelanti funzionari dettagli, talvolta anche cervellotici, non mi sconvolge. Ripeto, questo in assenza di fatti gravi che potrebbero pure emergere».
Così non fa torto a chi ha pagato a caro prezzo il proprio coraggio?
«No, sono il primo a inginocchiarmi davanti ai martiri, agli eroi che hanno costruito con il loro sangue la Chiesa. Penso al primo gruppo di padri del Russicum, inviati da Pio XI a evangelizzare la Russia di Stalin. Furono catturati quasi subito e fucilati; penso agli infiniti martiri di settant’anni di ateismo sovietico: io ho riempito sei volumi da cinquecento pagine l’uno per raccontare con brevi schede le loro vite; e penso, per rimanere alla Polonia, a padre Popieluszko, trucidato dal regime. Ma le chiese dovevano pur vivere e il Kgb, che la sapeva lunga, aveva diviso gli informatori in tre categorie: quelli che parlavano generosamente, quelli che si limitavano a eseguire gli ordini e quelli che lo facevano controvoglia. Questa, piaccia o no, è la storia di quegli anni. Anche Giovanni XXIII, del resto, ricevette la figlia di Kruscev mentre il padre distruggeva la Chiesa ortodossa».