«Tutto cominciò sotto un tavolo quel giorno a Brno»

Tony Damascelli

«C he cosa sarebbe stato se non ci avessi mai provato». Valentino Rossi ha scritto questo sulla copertina del libro autobiografico che è uscito in Inghilterra. Enrico Borghi, amico suo e anche giornalista di Motosprint, ha messo assieme i ricordi di una vita e di una carriera, brevi e bellissime, del ragazzo e del campione. La storia è allora un gran premio di notizie, tra chicane e rettilinei, si viaggia a duecentoottantuno all’ora, il numero delle pagine, ma c’è il tempo per sostare ai box, per riflettere e divertirsi, per respirare l’aria di Gatteo a Mare o di Urbino, il fumo di Londra, i gas di Suzuka o Motegi («c’era un hotel che mi ricordava l’Overlook di Shining e pensavo che spuntasse Nicholson»), c’è il tempo per giocare con Uccio, Piro, Caroni, Nello, Bagaro, Mambo, the Fuligna, Gabba, Cico, Secco, Tia Musto, Biscia, Lele, Filo, Yuri, Pane, La Matta, Spugna, Sburo, Pedro, Gabba, Piwi, Gibo che sembrano nomi da cartoni e da puffi ma sono i personaggi e interpreti della vita bella di Valentino, di quello che non andava d’accordo con la professoressa di Storia dell’arte che aveva definito stupide le motociclette, con quell’altra insegnante che lo aveva rimproverato di andare a trastullarsi in pista invece di studiare. Lui che ha una laurea in scienze della comunicazione, onore assegnatogli dall’Università di Urbino, lui che ama, frequenta e ha pure intervistato, sulle pagine di Rolling Stone, l’altro grande Rossi, Vasco, anche se tiene sotto il cuscino la voce di Jovanotti e «Gente della notte è il mio inno personale, perché io amo la notte, il suo silenzio, il tempo di riflettere»; Valentino è quello che porta il 46 che era il numero che un giorno vide indosso a un giapponese pazzo in una corsa pazza, per scoprire poi che erano le stesse cifre che portava suo padre quando vinse il suo primo gp su una Morbidelli 250, nel 1979, anno della nascita del fenomeno. Valentino Rossi è la fotografia migliore di un italiano all’estero, è la faccia da schiaffi di un ragazzo che tutti avremmo voluto essere, bello fresco e normale in mezzo a rugosi fenomeni gonfiati, la faccia di un pony express o di un pizza pony che, secondo lo stesso autore, sono degli artisti delle due ruote, dei talenti per come viaggiano e restano in equilibrio, nel traffico, contro vento, nella pioggia, «forse sarebbero più veloci di me», soltanto perché una sera a Londra ne vide uno zigzagare sul selciato e salvare il cartone che conteneva la pizza.
Valentino raramente è Rossi mentre Rossi è sempre Valentino, lo era quando frignava al supermercato chiedendo alla madre di compragli la tartaruga con la ventosa da appiccicare al casco, lo è quando con la Tribù del Chihuaua officia il rito del Kabbalah alla vigilia di una corsa, stesso posto, stessi amici, stessi drink, stessi abiti.
Lo era quando ascoltava in silenzio gli insulti in romagnolo verace di Brazzi, o l’affetto di Luigino Badioli (Gibo, da non confondere con Gibernau, sòrbole, il maligno che, quando Vale passò dalla Honda alla Yamaha disse: «Vedrai, quando la sua moto incomincerà a slittare e si ritroverà con il sedere per terra come non riderà più!») e di Jeremy Burgess, uno vero; e quella volta lì, a Brno, tutti nascosti, lui, Gibo, Nuccio e il Nello, addobbato un po’ strano, insieme con i due della Yamaha, sotto un tavolo della Clinica Mobile, temendo l’arrivo di qualche indiscreto, sorpresi poi dal guardiano, come ladri, tra un vassoio di biscotti e un the. E quell’altra volta con Furusawa della Yamaha che si era portato appresso un altro dirigente, Kitagawa, il quale, mentre si discuteva di denari e di progetti, si addormentava, proprio così, ronfava.
Non poteva mancare Max Biaggi e una rivalità aspra messa in piedi dalla stampa: «Io non gli ero amico ma nemmeno lo odiavo ma quella volta gli misi il dito medio in faccia, dopo il sorpasso e la vittoria, perché avevo rischiato di finire contro un muro per colpa sua a 220 all’ora». «Devi sciacquarti la bocca prima di parlare di me» gli aveva detto il Max romano e romanista. E Valentino racconta che quando era ancora sbarbatissimo teneva nella cameretta anche il poster di Biaggi, perché era italiano ed era campione. Lo era anche il giorno in cui il teenager Vale, aveva diciassette anni, entrò con la brigata in un sexy shop per comprare una bambola gonfiabile: «È per uno scherzo» provarono a spiegare, mentre il padrone replicava: «Sì, lo dicono tutti, poi...». Poi Valentino gonfiò il trofeo e decisero di chiamare la pupa Claudia Schiffer, che visto l’articolo venne pronunciata come qualcosa di «schifoso». Rossi al Gran Premio sventolò la Claudia mentre Max Biaggi ospitava Naomi Campbell in edizione originale: «Anch’io ho il mio ospite speciale», strillò Vale. E la lite furibonda di Martinez e Nieto che gli si presentarono di fronte: «Figlio di, ti romperemo il...», dopo un gran premio dove Valentino aveva fatto il furbo. Perché Valentino sa di avere fatto il furbo, non pagando il conto al ristorante, bevendo qualche boccia di troppo, sfasciando qualche auto, zingarate di un tempo antico.
«Io sono Valentino Rossi, sono una persona e non un’icona. Mi chiamo Valentino perché era il nome di un amico di mio padre Graziano, quell’amico morì annegato in mare, aveva diciotto anni». Questa è una parte piccola di una storia grande. Valentino Rossi ha ventisei anni. Soltanto. Che cosa sarebbe stato se non ci avesse mai provato?