"Tutto è cominciato con un elmetto tedesco Sono passati 36 anni, non ho più smesso"

Johnny Capone, molisano nato negli Usa, è uno dei più grandi collezionisti privati del settore: «Il nonno mi ha trasmesso la passione»

da Rocchetta al Volturno (Isernia)

Comincia tutto con un elmetto tedesco comprato al mercatino delle pulci di Trieste: «Una vita fa, stavo facendo il servizio militare», ricorda Johnny Capone che con Filippo Sparacino ha messo in piedi dal nulla uno dei più importanti musei italiani di guerra. «È partito tutto da lì, poi pian piano raccogliere reperti è diventata una passione e ora è una delle ragioni della mia vita». Oggi il Museo internazionale delle guerre mondiali di Rocchetta al Volturno, un paesino in provincia di Isernia, è una chicca che conserva un pezzo della storia italiana, che la racconta ogni anno a decine di migliaia di persone, ai ragazzi delle scuole e che la ricorda a chi quella storia da queste parti l'ha vissuta.

Sulle Mainarde, pochi chilometri da qui, c'è infatti Monte Marrone, uno dei punti strategici della seconda guerra dove i tedeschi approntarono quattro linee difensive per bloccare l'avanzata delle truppe alleate: tre di rallentamento (Barbara, Victor e Bernard) e una di sbarramento (la Gustav) che tagliava l'Italia in due dal Tirreno all'Adriatico. Il 31 marzo 1944 il Cln conquistò la cima e costrinse i tedeschi ad arretrare. Sul campo restò di tutto. E molto oggi è nel museo di Rocchetta, messo insieme negli anni da Filippo Sparacino: «Non solo - racconta Capone - nelle sale abbiamo portato ciò che dal 1980 ho raccolto come collezionista. Armi, divise, documenti. Molto abbiamo acquistato, qualcosa ci è stato donato, perché poi si è sparsa la voce e in tanti hanno portato qui ciò che magari tenevano in soffitta». Ma raccogliere tutto è stato un lavoro certosino. Oggi è più semplice, basta un pc per mettere in contatto tutto e tutti, per verificare un'immagine, un reperto. «Vent'anni fa non era così - spiega -. Per catalogare una divisa, un'arma, un oggetto potevi solo aiutarti con i libri e, se eri più fortunato, con i dettagli di una foto».

Capone, nato negli Stati Uniti da genitori molisani, tornava in vacanza in Italia a casa di suo nonno: «Che passava ore a raccontarmi della guerra - ricorda - Mi facevo ripetere le stesse storie un sacco di volte. E ogni volta lui aggiungeva particolari. La mia passione è nata da lì». Così otto anni fa la ristrutturazione del Vecchio Frantoio di Rocchetta, che il Comune doveva destinare a Museo, sembra un segno del destino: «Io e Filippo siamo andati dal sindaco e gli abbiamo proposto il Museo delle guerre mondiali - ricorda -. Lui ci ha risposto: "Vediamo cosa siete capaci di fare"». Così, con l'aiuto di qualche amico e anche del medico del paese, sono cominciati i lavori. Restauri, tinteggiature, teche da costruire, vetrine da allestire, camion e automezzi trovati nelle masserie da rimettere a nuovo, cassoni con divise, foto, libri da andare a recuperare tra le montagne. Un lavoro enorme: «Fatto solo con le nostre forze - spiega con orgoglio Capone -. Perché così abbiamo deciso e perché non volevamo finanziamenti pubblici per non dover dire grazie a nessuno». Pezzo dopo pezzo, il mosaico della storia si è ricomposto. Con la passione che serviva sono state tolte dalla naftalina le divise, rispolverate le armi, il Mas 38 long che uccise Mussolini. Sono saltati fuori i ritagli di giornali con cui la Germania già in quegli anni provava a imporre all'Europa una moneta unica. È stata conservata copia del dispaccio con cui il generale francese Alphonse Juin nel maggio 1944 autorizzava i suoi soldati ad approfittare di tutto ciò che, liberando le terre, avrebbero trovato sulla loro strada: oro, vino, donne... Sono stati restaurati la porta di una caserma su cui Guttuso aveva disegnato un suo nudo di donna e l'Inerte, il missile fatto costruire dal Duce per permettere agli aerei di lanciare restando in quota evitando di farsi abbattere.

In pochi anni il Museo internazionale delle guerre mondiali di Rocchetta, con la supervisione del professor Giuseppe Pardini, direttore scientifico e docente di storia contemporanea all'università del Molise, è diventato una delle realtà museali più importanti d'Italia. Collabora con gli uffici storici di Aviazione, Marina ed Esercito, è sede regionale della Società italiana di storia militare, e sede provinciale dell'istituto di Storia del risorgimento italiano. Restano due crucci. Un'indicazione sulla statale che porta a Rocchetta e che la burocrazia inspiegabilmente rallenta da anni e la certezza per ciò che verrà: «Mi chiedo sempre più spesso - spiega Capone - che fine farà tutto ciò che abbiamo realizzato. Chi continuerà il lavoro mio e di Filippo tra vent'anni. Serve qualcuno che si innamori di questa storia. E che continui a custodirla».

Commenti
Ritratto di marco piccardi

marco piccardi

Mar, 13/09/2016 - 15:51

mi sbagliero', ma chi ha combattuto una guerra non ha voglia di raccogliere cimeli. Preferisce probabilmente dimenticare ma gli e' impossibile. il collezionista di oggetti militari di solito e' qualcuno della serie ''avrei voluto ma non c'ero''.

Aleramo

Mar, 13/09/2016 - 17:23

Quasi tutti i collezionisti che conosco me compreso hanno iniziato ascoltando i racconti dei genitori e degli altri reduci è questa la memoria che si vuole tramandare