Tutto il mondo canta sulle note del folk Usa

Il folklore è la trama sottile del tessuto culturale di un popolo. Gli Stati Uniti d’America sono una nazione relativamente giovane che, proprio per la peculiarità delle loro origini, dispongono di un background culturale ricchissimo in cui decine di influenze etniche diverse continuano a richiamare i più o meno lontani luoghi di provenienza, mostrando però caratteristiche del tutto autoctone.
Non è possibile, dunque, dare una definizione univoca di musica folk. Basti dire che per musica folk s’intende l’insieme praticamente inesauribile di canzoni d’amore, di tradimento e morte, ninnenanne, canti nostalgici per la patria lontana, canzoni agresti, canzoni di guerra, canzoni marinare, ballate sui grandi fuorilegge oppure odi ai grandi personaggi della tradizione popolare. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. E sul piano strettamente musicale, la varietà è ugualmente ampia: gighe, polke, valzer, cumbie, two-step e via discorrendo. E la provenienza nazionale? Inghilterra, Scozia, Irlanda, Galles, Francia, Germania, Russia, Messico, Italia, Africa... La canzone folk è una canzone la cui comparsa storica spesso non è certa e di cui spesso non si conosce l’autore. Trattandosi di un patrimonio culturale importantissimo, preservarlo diviene un imperativo assoluto.
Un circolo di appassionati sempre più vasto iniziò ad accorgersene all’inizio degli anni ’50, tanto da fondare un quadrimestrale ancor oggi in circolazione che rappresenta il punto di riferimento del mondo del folk, Sing Out!, la cui missione è preservare e favorire la diversità culturale e il patrimonio di ogni forma di musica popolare tradizionale e contemporanea. Ma prima di allora ci avevano già pensato diversi etnomusicologi lungimiranti: John e Alan Lomax per la Libreria del Congresso e Harry Smith, con la sua antologia di musica folk americana, sopra tutti. Ma perché il folk diventi di moda si devono attendere i primi anni ’60. Insieme ai primi vagiti del movimento giovanile di protesta che, di lì a qualche anno, scoppierà in America e si propagherà nel resto del mondo, la musica folk diviene la bandiera di un ambiente intellettuale che gravita intorno al Greenwich Village di New York, con atteggiamenti strappati ai vecchi poeti beat che, comunque, lo frequentano.
Chi vuole essere «in» non può che vivere nel Village e vestire trasandato, parlare di filosofia e di esistenzialismo sorseggiando caffè o vino francese, potendoselo permettere, e deve suonare una chitarra acustica o ascoltare i vecchi pezzi di grandi folksinger come Pete Seeger, Woody Guthrie, Leadbelly. È in quell’ambiente fatto di caffetterie e bistrot che muove i primi passi lo stesso Bob Dylan, giovanissimo e inesperto, piombato nella grande metropoli dal freddo e isolato Minnesota, per imparare l’arte dai grandi maestri ancora in attività. È una New York spumeggiante dove il fermento gravita intorno a personaggi che avranno un ruolo nella contaminazione del folk con il rock: Peter, Paul & Mary, Joan Baez, Phil Ochs, Eric Andersen, Fred Neil, Tom Paxton e tanti altri. Ma lo spirito di conservazione che anima il movimento del folk sarà presto una briglia troppo corta per uno come Dylan, il quale ha capito benissimo che mantenere la tradizione non significa divenirne schiavo. Il circolo di appassionati del folk si sentirà tradito da Dylan nel 1965 al Festival Folk di Newport e lo caccerà dal palco a forza di fischi.
Ma l’eredità culturale di un popolo è in costante trasformazione e proprio Dylan dimostrerà il suo amore profondo per il patrimonio musicale del suo Paese registrando negli anni ’90 ben due dischi di classici folk e blues. È una ruota che gira all’infinito. Un giorno forse anche le sue canzoni saranno considerate folk, passando di bocca in bocca.