Tutto il peggio del Belpaese

Ci fosse ancora il fondatore di questo giornale, non avrebbe dubbi: direbbe che ciò che è andato in scena tra venerdì sera e ieri rappresenta al meglio il peggio di noi italiani.
Cominciamo con gli incidenti nei quali ha perso la vita un poliziotto. Hanno due genitori tipicamente italiani: il padre è il buonismo; la madre è la tendenza al compromesso, al democristiano «tutto s’accomoda».
Il buonismo - o, se vogliamo chiamarlo in un altro modo, un certo peloso, ideologico garantismo - è quello che vanifica ogni legge. Inutile invocarne di speciali, come si fa in queste ore. Le norme - e severe: il decreto Pisanu è un ottimo decreto - c’erano già. Ma chi le deve applicare molto spesso se ne infischia. Avevano stabilito che i biglietti dovevano essere nominativi, ma allo stadio entra chi vuole. Avevano stabilito che chi va a vedere una partita di calcio non deve avere con sé neppure uno spillo: ma a Catania la gente è entrata con i fumogeni. Avevano stabilito che i teppisti dovevano stare alla larga: in galera, oppure a firmare in un commissariato. Ma quando qualcuno in galera ci finisce davvero, c’è sempre un giudice che lo scarcera o un politico che grida alla restrizione delle libertà personali.
Quanto alla tendenza al compromesso, si sa che le società di calcio cedono spesso e volentieri ai ricatti di quei dementi che si fanno chiamare ultrà: pagano loro le trasferte, regalano biglietti, tollerano qualche marachella in cambio di una certa tranquillità. Un po’ come quando, negli anni Settanta, certi questori - lasciati soli dal mondo politico - scendevano a patti con i ceffi dell’ultrasinistra: vi lasciamo incendiare tot auto e sfasciare tot vetrine, basta che non ci scappi il morto. A volte funzionava, ma così il Sessantotto da noi durò dieci anni.
E ora dagli incidenti passiamo al dopo-incidenti. La scena è meno tragica ma per certi versi ancor più disperante. La giornata di ieri, infatti, è stata una passerella di desolanti banalità, tra le quali ha brillato un Prodi all’altezza della sua fama («Servono drastiche misure», ha detto. Grazie, ma quali?). Alle banalità sono seguite le consuete esecrazioni, lo sdegno, i «questa volta dobbiamo davvero darci tutti quanti una regolata». Solo un marziano che fosse sbarcato ieri sulla Terra potrebbe prendere per buone certe dichiarazioni d’intenti.
Noi no. Noi sappiamo che in Italia, quando si piange un morto, tutti ci diciamo d’accordo nel dover intervenire; ma poi, a ciglio asciutto, cominciano le divisioni sul «come» intervenire. Prova ne sia il fatto che già ieri lo stesso magistrato che guida le indagini abbia definito «un errore» lo stop ai campionati. Sappiamo anche quanto siano inaffidabili certi nostri colleghi che ora urlano «basta»: tra breve li risentiremo urlare, ma per attaccare l’arbitro o per accapigliarsi in demenziali talk-show i cui effetti, nella testa di tanti psicolabili, sono devastanti.
Stiamo assistendo a un film già visto, insomma. Ecco perché non ci facciamo illusioni. Non servono leggi speciali: ci vorrebbe un De Gaulle, che quando disse che la «carnevalata» del maggio ’68 era finita, la finì davvero. O una Thatcher, che i suoi hooligans li ha messi in condizione di non nuocere.
Ma quelli stavano in Francia e in Inghilterra: non in Italia, Paese in cui a uno che ha tirato un estintore contro una camionetta dei carabinieri hanno intitolato una sala del Parlamento.