«Tutto previsto dalla nostra riforma ma che pasticcio quei soldi all’Inps»

«Mancano i decreti attuativi, le aziende non sanno come comportarsi. Penso che non cancelleranno lo scalone del 2008»

da Roma

La cosa positiva è che la riforma approvata «è la nostra» nelle linee generali. La cosa negativa è che in questa riforma c’è anche il trasferimento delle quote di Tfr all’Inps. Una scelta che non ha niente a che vedere con la previdenza complementare e serve solo ai conti pubblici. A ricordare che il lancio delle pensioni integrative porta la firma del governo di centrodestra è l’ex ministro del Welfare Roberto Maroni. Il capogruppo dei deputati della Lega Nord è sicuro che alla fine l’Unione sarà costretta a confermare anche un’altra riforma del suo dicastero, quella delle pensioni. «Lasceranno lo scalone», assicura.
Il finanziamento dei fondi con le quote di Tfr sembra uno dei pochi argomenti bipartisan della politica italiana...
«Perché la struttura c’è già ed è prevista dalla legge Dini. Poi noi abbiamo introdotto la novità più importante, quella del silenzio-assenso, cioè il meccanismo per cui se il lavoratore non dice nulla il Tfr va ai fondi negoziali. E questa novità è stata confermata. Tutta l’enfasi del ministro Damiano sul fatto che ora finalmente partono i fondi pensione mi sembra immotivata. Mi sembra che vogliano nascondere il pasticcio che hanno fatto in Finanziaria sul fondo Inps. Le quote di Tfr che andranno all’istituto di previdenza non serviranno a finanziare la previdenza complementare ma a finanziare il bilancio dello Stato».
Un’altra novità rispetto alla vostra riforma c’è ed è l’anticipo al 2007...
«I sindacati chiesero anche a noi l’anticipo, ma noi decidemmo di restare fermi al 2008 per consentire alle compagnie di assicurazioni di modificare i loro prodotti. Non si poteva non tenere conto delle esigenze di un settore rilevante come quello assicurativo. La mia impressione è che il governo di centrosinistra abbia voluto dare questo vantaggio ai sindacati per indorare la pillola della controriforma previdenziale contenuta nella Finanziaria. L’unico effetto dell’anticipo è che così costringono tutti a correre. Basti pensare che non ci sono ancora i decreti attuativi e le aziende non sanno come adempiere agli obblighi previsti dalla legge. Insomma mi pare che l’unica cosa positiva sia che la riforma che abbiamo fatto noi è stata mantenuta a dimostrazione del fatto che era una buona legge, equilibrata e utile. Tutte le novità introdotte dal governo produrranno danni e contenzioso. Stanno facendo così su tutte le riforme del centrodestra».
Lei pensa che alla fine si terranno lo «scalone» della riforma previdenziale che varò lei da ministro?
«Prima di tutto non è uno scalone. I giornali definirono scalone l’ipotesi di innalzamento dell’età della pensione di cinque anni. Poi passammo ai tre anni, da 57 a 60, attualmente in vigore, che vennero definiti uno “scalino”. Comunque sì, io penso che manterranno le cose così come sono. L’innalzamento è ineludibile vista la situazione dei conti e l’allungamento della vita. È una cosa che tutti i paesi europei hanno fatto e che noi abbiamo deciso perché ci è sembrato il modo più ragionevole. Consente risparmi di otto-nove miliardi di euro ed è accompagnata da norme a tutela delle donne, delle madri lavoratrici, di chi ha figli disabili e dei lavori usuranti. Tutte norme contenute nella legge delega che devono essere attuate prima della fine di quest’anno».
Non si riconosce un po’ nelle difficoltà che sta incontrando questo governo?
«Noi avevamo il sindacato contro, ma una grande omogeneità politica. Loro hanno un sindacato che spesso chiude entrambi gli occhi e concede a questo governo cose che noi non avremmo nemmeno potuto pronunciare senza provocare manifestazioni di piazza. Però loro hanno un sinistra radicale contraria ideologicamente a qualsiasi manovra sulle pensioni. Mi viene da pensare che alla fine il silenzio del sindacato non gli basterà per far passare una modifica del sistema previdenziale. Al Senato il sindacato non vota, la sinistra radicale sì».