TV IN AULA, BOOMERANG PER VANNA

Avrà molto da sudare, l'avvocato di Vanna Marchi e Stefania Nobile, per convincere le sue assistite ad uscire al più presto dai riflettori mediatici in modo da non compromettere, al processo di appello, la possibilità di una sentenza diversa da quella che le ha condannate a dieci anni di carcere. Anziché seguirne saggiamente l'invito, le due signore hanno subito dato un'intervista a Porta a porta (giovedì su Raiuno, ore 23,15), polemizzato con la sentenza, accusato alcune delle parti lese, stigmatizzato l'operato di Striscia la notizia (che aveva sollevato il caso), rifiutato di chiedere scusa alle vittime, fatto pubblicità a un blog su internet cui Stefania Nobile ha detto di voler dedicare gran parte delle sue energie future. La vicenda dell'ascesa e caduta della famiglia Marchi ha in ogni caso rappresentato un illuminante esempio di nemesi televisiva, una poderosa dimostrazione di quanto la televisione possa velocemente trasformarsi, da dea benigna dispensatrice di successi e popolarità altrimenti impensabili, in un ingranaggio matrigno che stritola i suoi protagonisti in una sorta di contrappasso da scontare in presa diretta, sotto quello stesso occhio delle telecamere che, in un primo tempo, li aveva beneficiati. Adesso si discute su quanto la stessa decisione delle imputate di volere le telecamere al dibattimento si sia trasformata in un boomerang, non solo perché i truffati non hanno avuto vergogna di presentarsi in pubblico pur in presenza della tivù (o hanno avuto comunque meno titubanze di quanto si potesse ritenere), ma in ragione del fatto - incontestabile fin dalla svolta mediatica di Tangentopoli - che in qualsiasi processo usufruibile dalla platea televisiva ogni inquadratura è un teste a carico in più, e l'imputato ha tutto da perdere e poco da guadagnare. Ma a parte il problema di quanto pesi e condizioni l'incidenza mediatica nella quantificazione delle sentenze, un altro aspetto da non sottovalutare si affaccia alla riflessione come sua possibile conseguenza. Si ha infatti l'impressione che tra gli strascichi dei «processi mediatici» vi sia anche quello di impedire, a sentenza emessa, una riflessione profonda che coinvolga in prima persona gli stessi imputati, favorendo almeno ogni tanto un'autocritica silenziosa, un'ammissione di colpa, o almeno qualche dichiarazione che sia finalmente diversa dalla litania delle accuse contro una sorte sempre immancabilmente ingiusta. È come se il «processo mediatico» avesse una coda infinita, e chi lo ha vissuto come imputato non potesse fare a meno di cercare, anziché un confronto con la propria coscienza, altre telecamere disponibili a cui affidare, tignosamente, un estremo tentativo di pubblica difesa della propria immagine compromessa.