La tv dell’Unione: canone più caro e addio Gasparri

L’ex ministro del Polo: così si riporta indietro l’orologio

Maddalena Camera

nostro inviato a Napoli

Duello ravvicinato tra l'ex ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri e quello attuale, Paolo Gentiloni, al convegno sulla tv digitale che si è chiuso ieri a Napoli. Due giorni per cercare di capire quale sarà il destino della tv. Ma il cambio della guardia a palazzo Chigi porta incertezze sul fronte legislativo. Così, se Gasparri difende le sue scelte per la legge 112 (la cosiddetta Gasparri) che, grazie all'introduzione della tv digitale prevista per il 2008, ha salvato Rete 4 dal satellite e Rai Tre dal diventare un canale privo di pubblicità, Gentiloni ha deciso di posticipare al 2012 l'arrivo della nuova tecnologia in Italia. «Anche a me piacerebbe diventare l'editore del più grande quotidiano sportivo italiano - dice polemicamente Gasparri - ma non per questo chiedo per legge la chiusura degli altri giornali».
Insomma per Gasparri ci sono editori interessati al business della tv digitale che vogliono entrare nel mercato in maniera sicura, interessate quindi alle risorse pubblicitarie che Rete 4 libererebbe se trasferito sul satellite. «Quella legge non l'abbiamo fatta pensando a interessi particolari - aggiunge Gasparri - ma soltanto per portare rapidamente l'Italia nel business della tv digitale, dove siamo campioni del mondo perché partiti prima. Ora si adducono scuse per rimettere indietro le lancette dell'orologio. Bisogna pensare che la televisione digitale non è una alternativa a quella analogica. È «l'alternativa». Ovviamente chi è protagonista dell'analogico deve esserlo anche del digitale».
Pacata ma decisa le replica di Gentiloni: «Siamo pronti per portare avanti la riforma della legge 112. Del resto anche l’Unione europea ha aperto una procedura di infrazione. Quando ci arriverà risponderemo che il governo è pronto a rimediare seguendo le indicazioni dell'Ue. Ma nella nostra riforma non ci sarà nessuno spirito di vendetta né a rate né in contanti. Dobbiamo ripartire da zero sulla tv digitale dando date realistiche». Date realistiche, ossia il 2012. In discussione Gentiloni non mette solo la data d’avvio della tv digitale, ma anche la decisione del precedente governo di distribuire gratuitamente il decoder. «La scelta degli incentivi ai decoder, oltre ad essere preclusa dall’Unione europea, è sbagliata. E bisogna avere il coraggio di ammetterlo. Sbagliata perché la televisione digitale terrestre, come tutte le altre piattaforme televisive, avrà successo solo se offrirà al pubblico qualcosa che nella televisione di oggi non si trova».
Ma c'è di più. Il ministro infatti conferma che ha avuto contatti con grandi gruppi della carta stampata, come Rcs e il Gruppo Espresso, pronti ad entrare nel nuovo business. Quanto alla Rai, il governo potrebbe darle contributi per lo sviluppo del digitale terrestre, senza escludere un aumento del canone. Solo Mediaset, per ora, ha investito cifre importanti: 1,6 miliardi di euro contro i 200-250 spesi da Rai e da Telecom Italia tramite Ti Media, che possiede le emittenti La 7 e Mtv. Che il governo voglia giocare un ruolo chiave nella vicenda emerge anche dall’accenno del ministro alla creazione «di un organo pubblico che funga da cabina di regia per la transizione dall'analogico al digitale con la partecipazione delle associazioni dei consumatori e di tutti i player del settore». Che, a dire il vero, ci avevano già pensato. Non solo con la creazione di DgTv, l'associazione per la tv digitale che da due anni organizza il convegno ed è presieduta da Piero De Chiara, ma anche con la recente realizzazione del marchio «Tivù» (che riunisce Rai, Mediaset, Telecom Italia Media e le tv locali) finalizzato a offrire canali gratuiti e di qualità per la tv digitale. In questo campo Mediaset, avendo più investito è anche la più pronta. Tanto che Federico Di Chio responsabile del settore per la televisione del Biscione parla di un canale interamente dedicato alla fiction «con prodotti di qualità realizzati sia negli Usa sia in Italia». E anche di apertura a collaborare nella realizzazione di programmi con altri partner per garantire una maggiore offerta di prodotti televisivi. Ma nonostante il clima disteso, il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri non si dà pace: «Intorno a Mediaset volano gli avvoltoi. Non capisco perché siamo noi a dover pagare il conto per far entrare qualcun altro nel settore». La domanda, molto precisa, era per il ministro Gentiloni. Ma la risposta, forse ovvia, non è arrivata.