Tv, ecco il piano dell’Unione per imbavagliare il centrodestra

Si chiama «par condicio» e per un Paese che vuol dirsi liberale è già una legge-paradosso, ma se andassero in porto le spericolate manovre in corso potrebbe tranquillamente diventare una «sinistra condicio». Sinistra due volte. La prima perché sarebbe un inquietante giro di vite sulla comunicazione politica e l’informazione dovuta agli elettori; la seconda perché favorirebbe l’opposizione e il suo leader grazie a una serie di maldestri accorgimenti di cui tra un paio di righe vi racconteremo.
Quando i politici si occupano di televisione la faccenda si complica naturalmente, ma nel caso italiano diventa un dramma perché il centrosinistra è alle prese con due problemi speculari: l’abilità di Berlusconi nello stare in televisione; la scarsezza di Prodi davanti al video e per soprammercato anche alla radio (vedi alla voce «non abiterò mai a Roma»). Il presidente della Rai Claudio Petruccioli nella sua ultima informativa al Cda di Viale Mazzini, il 18 gennaio scorso, ha spiegato che «l’equilibrio e la parità di trattamento sono, nella sostanza, ampiamente assicurati». Ma questo concetto a sinistra non passa.
La Commissione di Vigilanza Rai è alle prese da giorni con il nuovo regolamento sull’informazione politica. L’accordo tra maggioranza e opposizione non c’è e questa settimana sarà decisiva, entro domani alle 19 dovranno essere presentati gli emendamenti al testo. Il presidente Paolo Gentiloni ha presentato una proposta di delibera che non promette niente di buono, in linea con le sue dichiarazioni dove avverte «un’atmosfera da ultimo metrò, come se fossero le ultime ore prima del coprifuoco». Gentiloni usa l’iperbole, ma non va lontano dalla realtà. Perché se non è un coprifuoco, certamente è uno sbarramento contro Berlusconi e tutta la Casa delle Libertà, con un fuoco di copertura a favore di Prodi e dell’Unione. Con la scusa di porre il freno a Berlusconi in tv, l’opposizione sta preparando il terreno per limitare gli spazi anche di An, Udc e Lega, il nocciolo duro della maggioranza. Vediamo come.
La nuova legge elettorale ha introdotto il concetto di coalizione e di capo della coalizione, così come la legge sulla par condicio fa riferimento a «spazi ripartiti secondo il principio della pari opportunità tra le coalizioni e tra le liste». Un principio chiaro che nella proposta Gentiloni viene cancellato con un colpo di penna: i tempi televisivi sono ripartiti per le liste e le coalizioni spariscono. Il tentativo appare chiaro: favorire il centrosinistra che è composto da undici partiti, mentre il nocciolo duro della Cdl è composto da quattro partiti, Forza Italia, An e Lega. Ripartire il tempo tv al cinquanta per cento tra liste e coalizioni sarebbe più logico ed equilibrato, ma non conviene all’opposizione.
È un gioco delle tre carte, tanto che i Riformatori liberali Peppino Calderisi e Carmelo Palma che parlano di «impar condicio e proposta da riformulare da capo a piedi».
Un concorso truccato dove ad incassare la posta sarebbero soprattutto Ds e Margherita. Dov’è l’inghippo? I due partiti maggiori si presentano uniti alla Camera e separati al Senato: totale tre liste (Uniti nell’Ulivo+Ds+Margherita). Un calcolo aritmetico che si traduce automaticamente in un aumento del tempo tv e addirittura in un raddoppio se venisse presentata qualche lista «prodiana» o dei «governatori». Una vera e propria beffa per Forza Italia, An, Udc e Lega che si presentano con le stesse liste sia alla Camera che al Senato.
Prima del deposito delle liste, la proposta di Gentiloni dice che il tempo tv deve essere diviso in parti uguali tra tutti i soggetti politici presenti nel Parlamento italiano e in quello europeo. Basta un solo deputato. Tenetevi forte. Questo significa che Di Pietro (europarlamentare e basta) ha lo stesso spazio di Pier Ferdinando Casini o Gianfranco Fini. Anche qui c’è una ragione inconfessabile: il centrosinistra è un orto botanico pieno di alberi, cespugli e tanti «rametti» che con il proporzionale possono tornare utili. C’è un piccolo particolare: la legge sulla par condicio non impone la parità assoluta degli spazi nel periodo precedente al deposito delle liste. E infatti nel 2001 la delibera della Commissione di Vigilanza ripartiva il tempo a disposizione dei partiti in base alla consistenza parlamentare. Era un sano principio, ma l’opposizione lo vuol cancellare per sostituirlo con criteri partigiani. Dovrebbe essere almeno più equo salvaguardare chi in Parlamento ha un vero e proprio gruppo alla Camera e al Senato.
Ce ne sarebbe già abbastanza per respingere la proposta al mittente, ma la ciliegina sulla torta arriva quando si fissano le regole per i confronti tra i leader: altro che dibattiti all’americana, qui l’unica preoccupazione è quella di «blindare» Berlusconi e moltiplicare le apparizioni dell’evanescente Prodi. La proposta Gentiloni vorrebbe mettere un freno ai faccia a faccia nelle trasmissioni come Porta a Porta e Ballarò (dove potrebbero svolgersi confronti anche tra i leader dei maggiori partiti come Fini, Casini, Rutelli, Fassino, etc.) per dare l’esclusiva dei duelli alle trasmissioni curate dai servizi parlamentari. Un assoluto grigiore, da tv bulgara, non da moderno network televisivo dove anche la politica può e deve essere insieme informazione e spettacolo. Berlusconi e Prodi, inoltre, dovrebbero confrontarsi con tutti i capi delle coalizioni minori (per esempio, il partito degli automobilisti o il partito umanista). Anche qui bisogna svelare l’inganno: se i confronti si moltiplicano l’interesse del pubblico diminuisce e Prodi opposto a politici con scarsa esperienza e carisma nullo potrebbe rimediare qualche buona figura. Ma chi fa le domande? Chi modera i dibattiti? Un solo giornalista non basta, ce ne vogliono quattro. Un meccanismo escogitato per trasformare quello che dovrebbe essere un duello tra leader politici in una conferenza stampa dove il giornalista ha un minuto per fare la domanda (in tv è un’eternità) e il politico tre minuti per rispondere.
Chi ha scritto queste regole non sa come si fa la televisione, ma sa benissimo qual è il suo obiettivo: imbavagliare il centrodestra.