Ma per la tv fanno più notizia i mostri

Non c’è traccia di criminologi, siano femmine biondissime o docenti barbuti. Non ci sono psicologi, nemmeno magistrati oppure il plastico che illustrino il sito, in miniatura. Non c’è Corona e neanche Lele Mora, non ci sono cosce e bocche, e tutto l’annesso, gonfie di silicone. C’è il Veneto, soltanto il Veneto, con il suo fango che incolla piedi, stivali, gambe, c’è l’acqua che ha il colore della terra grossa, trascinata via, sembra l’inferno, sembra la guerra, mozziconi di alberi, carcasse di automobili, ci sono uomini sui tetti (...)
(...) ma non protestano, non urlano slogan contro il governo, sono disperati, chiedono al cielo di non versare altra pioggia, agitano le braccia per essere soccorsi.
Attorno, il silenzio. Fiumi fino a ieri sconosciuti, come i torrenti, diventati protagonisti maledetti, quasi fossero oceani. Hanno invaso questa fetta dolcissima d’Italia nascondendo pianure, boschi, case. L’acqua cattiva nella terra dell’uva buona, una vendetta perfida. Arlecchino diceva: «Morti de acqua, tanti, de vin, nisùn!».
La luce abbagliante è quella dei riflettori della Protezione civile, dei pompieri. Non quella dei set televisivi. Assenti, impegnati altrove, l’ombelico del mondo sta ad Avetrana, l’Hollywood dei personaggi e interpreti della compagnia di giro nostrana. Sta dove c’è sangue vivo, dove la cronaca è violenta, dove il morto è ammazzato, mutilato, violato, sepolto.
Qui, invece, non ci sono mostri e storie miserabili, pentiti e colpi di scena. La vita scivola via in silenzio, come quel pezzo di mobilia che si è intravisto galleggiare nel Bacchiglione gonfio di mille altre cose. Vedi e senti pianti, di uomini discreti, dignitosi. Hanno perduto tutto, quasi. Vedi, senti una ragazza fiera di avere ritrovato un piccolo ciondolo d’oro attaccato a una collanina, l’ultimo pensiero che le aveva lasciato il padre. Il resto per lei, gli armadi e i letti, il comò e le sedie, non contano, sono stati ingoiati dalla melma che lentamente scomparirà. Non la memoria.
Non vedi, non senti la partitura di criminologi e psichiatri a spiegarci il dramma, a scrivere le didascalie della tragedia, non ci sono collegamenti serali e notturni con gli inviati di Rai, Mediaset, La7, Sky, eventualmente la faccenda viene sbrigata durante i telegiornali. Qui non ci sono morti e feriti in numero industriale e necessario, non c’è polpa per titolare in prima pagina, dunque la notizia è marginale, già archiviata, dimenticata, viene meno il gusto sadico di accendere una telecamera e piazzare il microfono sotto il viso del colpevole, dell’indagato, del vicino di casa, del testimone e dell’avvocato. No, in assenza dei morti, tanti, è preferibile passare ad altro, immagini di repertorio, quelle di sempre, che cosa volete sia quel mezzo migliaio di fabbriche chiuse, travolte dal fango vero, non giudiziario? Che cosa volete sia un’economia affogata come le mucche e i buoi, i cavalli, i maiali?
Non è anno zero ma anno nero, come il cielo del temporale di Caldogno, di Cresole, di Vicenza e di Verona, città, borghi, paesi che preparavano un altro presepe natalizio.
Questa terra, come il Friuli del terremoto, come il Piemonte, la Toscana, la Liguria delle alluvioni, non ha bisogno di mettersi in ginocchio per elemosinare l’intervento di Roma, non frigna davanti alle telecamere chiedendo pietà, non okkupa stazioni e autostrade, presenta il conto della propria esistenza, dei propri diritti, degli altrui doveri.
Sopra e sotto il fango restano almeno centocinquantamila animali, gonfi di morte, affogati, tramortiti, bestiame, cani, gatti, cavalli, non hanno potuto gridare aiuto, hanno avvertito la paura, il rumore sordo e terribile della piena.
La storia del Veneto non interessa, non fa ascolti, non attira. Fotogrammi inutili, ci pensino i volontari e la Protezione civile, è roba piccola. Guardate la tivù, c’è di meglio.