Tv, il Garante non si piega: la riforma colpisce Mediaset

Nonostante le accuse dell’Unione, Catricalà ribadisce: «Non si può frenare lo sviluppo di un solo operatore»

da Roma

Non si può definire la posizione dominante per legge e danneggiare il mercato imponendo un tetto pubblicitario «asimmetrico». Il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, davanti alla commissione Cultura della Camera esprime il suo rispetto per le scelte del Parlamento e gratifica Paolo Gentiloni definendo il disegno di legge del ministro sul riordino dell’assetto radiotelevisivo un testo «con molte luci e poche ombre». Però non si rimangia nessuna delle critiche espresse qualche giorno fa in diretta televisiva durante l’intervista con Lucia Annunziata. Catricalà, sottoposto al fuoco incrociato del centrosinistra, respinge le accuse e rivendica il suo diritto-dovere a segnalare quelli che giudica i punti deboli del ddl Gentiloni.
«Era mio dovere dire quello che ho detto, questo è il mio mandato, lo faccio con profonda onestà - dice Catricalà -. Rappresento un’autorità economica e come tale devo segnalare che un sistema che si basi solamente su una misura che viene a penalizzare in qualche modo un competitor, anche se dominante, può con quella misura creare problemi al mercato». Catricalà si dice consapevole dei limiti dell’Authority che «non può porre veti al Parlamento», però aggiunge che «nell’ambito delle proprie competenze può dire che un tetto che si vuol creare può originare una discrasia nel mercato». E la discrasia ricadrebbe tutta su Mediaset. Catricalà spiega che il mercato pubblicitario può essere il mercato «principe» per alcune società ma non per tutte visto che la Rai può contare sul canone e Sky sugli abbonamenti. Per Mediaset, invece, «la pubblicità è la fonte principale di finanziamento. È vero che nessuno vuole colpire la sua capacità di crescita o il suo fatturato, però il risultato sarà una misura che risulterà asimmetrica». E rispetto a un mercato «maturo» come quello della pubblicità che registra una crescita dell’1 per cento annuo Catricalà ricorda che «l’Antitrust ha da sempre una politica contraria a limiti e tetti». Come porre rimedio a una situazione anomala, il duopolio, che non esiste «in nessun Paese europeo»?
Il tetto del 45 per cento sulla raccolta pubblicitaria previsto dal ddl Gentiloni, spiega Catricalà, pone «limiti alla crescita delle imprese», rischiando di non ottenere gli effetti desiderati e di essere «un freno alle potenzialità di sviluppo degli operatori». Meglio allora il meccanismo della legge Maccanico, ipotizza il garante, il cui tetto era più basso (30 per cento) ma la base di calcolo era più ampia: comprendeva «pubblicità, canone della Rai, convenzioni e abbonamenti pay-tv. Ma soprattutto era fatto salvo lo sviluppo interno delle aziende». Accanto al modello Maccanico Catricalà invita a guardare ai meccanismi degli altri Paesi europei come la Germania, dove vengono applicate misure al raggiungimento di percentuali d’ascolto.
L’Antitrust invece apprezza che nel testo governativo ci sia l’indicazione ad accelerare il passaggio al digitale. «Oggi il digitale terrestre è vissuto come una punizione - osserva il garante -. Invece è una grande opportunità».
Critico il responsabile informazione della Margherita, Renzo Lusetti. «Le sue tesi non convincono», dice Lusetti che accusa Catricalà di schierarsi «a difesa di Mediaset, come se fosse possibile aprire il mercato senza far dimagrire quello che si configura come un vero e proprio monopolio delle risorse pubblicitarie».
Anche il diessino Franco Ceccuzzi, insieme con Dorina Bianchi della Margherita, Tommaso Sodano di Rifondazione comunista e la verde Loredana De Petris respingono l’ipotesi di un modello tedesco. «Mentre la riforma Gentiloni propone la riduzione dell’affollamento pubblicitario per chi è in posizione dominante, la soluzione ventilata oggi dal Garante lascerebbe intatto il primato nella raccolta degli spot», osservano.