In tv prove tecniche del dopo Cavaliere

Viviamo nel pianeta delle scimmie. La televisione è il serraglio, il bestiario della nostra decadenza. Con una televisione fatta così c’è poco da arzigogolare e da puntare su qualsiasi futuro. Giovedì scorso il popolare conduttore unico delle coscienze, che ha costruito con il solito mirabile successo di pubblico e lustrini una rete antagonista e competitiva con enfasi e scaltrezza, ha aperto la sua trasmissione dialogando con Biagi e Montanelli, che secondo lui erano sintonizzati dall’alto dei cieli, proprio così, poi ha aggiunto che non è un guru e non fa parte del novero dei «guri», proprio così, i «guri». Un illustre storico di establishment ha dialogato con lui fin oltre la mezzanotte. Una ragazzina ha detto che il premier le palpava il sedere. I giornali hanno applaudito, anche il signore dell’alto e del basso, il supercritico televisivo che forse si sentiva anche lui spiato da Biagi e Montanelli, e ha pensato per una volta che era meglio stare almeno un poco attenti.
Sulla tv alternativa andava in onda uno spettacolo condotto da un figlioccio del conduttore unico. Al centro il banchiere amico di Prodi e De Benedetti, di cui tutti pensavano che fosse soltanto un banchiere pensoso della borsa e dello spread, che difende i pregiudizi della piazza di sinistra e gli hedge fund, ma con una mano sola, come certi acrobati del circo. Molti anni fa, senza necessariamente declinare il plurale della parola «guru», senza consentire ai banchieri di fare gli incendiari con i fiammiferi dell’ideologia al servizio del denaro, avevo inventato quel modulo spazzatura, la tv che fa casino e seppellisce il format della famiglia riunita davanti al focolare, per poi andare a letto tranquillizzata, e avevo perfino indossato una toga per far sentire la sferza ironica di accuse mezze impossibili a una classe dirigente del tutto impossibile. Era la crisi della Repubblica dei partiti, valeva la pena di raccontarla anche cantando Mozart in un bidone della spazzatura. Poi mi sono ravveduto e ho cercato di dare una logica a questo mestiere politico che è il giornalismo. Ma non c’è stato niente da fare. Il virus dilaga, è diventato una malattia cronica, la gente è morettianamente rimbecillita dal linguaggio unico del contropotere televisivo, gestito da una catena di martiri o potenziali martiri, i guri e i loro complici.
Ragionare, offrire dati contrastanti, esercitare l’ironia politica e civile, discutere il comportamento di magistrati che propalano patacche e pataccari per fare politica con accuse di strage a carico dello Stato, e intanto fanno comizi di vario ordine sotto lo scudo della Costituzione, trattare i problemi dell’economia, dell’impresa del debito senza condiscendenza verso la logica dell’arena, dall’alto di tribune propagandistiche sempre più manipolative e potenti, questo non è più possibile salvo che in qualche nicchia.
Purtroppo la televisione ridiventa un problema centrale di questo Paese, perché l’unica chiave per non morire democristiani, lobbisti, eurosudditi tristi e incapaci di mostrare la realtà al direttorio franco-tedesco, è battersi perché l’Italia liberalizzata a viva forza dalla follia di Berlusconi, ora che il governo ha perso definitivamente la capacità di decidere e dunque la maggioranza, non si ritrovi una piccola minoranza impaurita dagli applausi e dallo share nelle mani delle élite che questi due idoli non li hanno mai mollati. Siamo tutti pupi di un’opera comica in cui la verità è indistinguibile, non la si può nemmeno cercare, e la verità è alla fine l’unica cosa che diverte e incanta la vita, tutto il resto, le interpretazioni e i balli in maschera, si limita a eccitare e ottundere.
La guerra che ci aspetta è guerra culturale. Spiegare le cose come stanno, far vedere il gioco delle parti senza l’ausilio preternaturale degli idoli morti, agire da vivi in un mondo creaturale di vivi, e di esseri umani evasi dal pianeta delle scimmie, è l’unica risposta che per adesso si intravede alla finale messa in mora del berlusconismo come fenomeno politico. Forse per la strada si troveranno alleati inaspettati, qualche resipiscenza, qualche gesto di coraggio, forse no.
Ma non è inutile provarci. Solo che non si può farlo con lo stesso linguaggio impazzito che ha prodotto lo sfiguramento, lo sfregio, di un Paese, di un mandato politico, di un modello maggioritario e decisionale, insomma della grande riforma incarnata ma non codificata che è stato il lungo regno di Berlusconi.