Tv di qualità che doveva proporre la Rai

A dieci anni dalla folgorazione televisiva del Vajont, Marco Paolini si conferma uno straordinario testimone di quel teatro di impegno civile efficacemente adattato al mezzo televisivo, al bisogno di creare «l'evento» per sottrarsi alla loffia routine quotidiana. Paolini è il personaggio più indicato per questi spettacoli una tantum, capaci di ridare autentica dignità emotiva alla televisione e di farcene ricordare tutto d'un colpo le sue enormi potenzialità: è egli stesso un attore atipico, non impostato secondo i canoni tradizionali (forse per questo funziona così bene in tivù) poco incline alla routine di una disciplinata frequentazione quotidiana del palcoscenico, ama studiare e preparare con calma i suoi spettacoli caricandoli di attesa per poi riversarvi tutta la sua abilità di narratore capace di fondere con naturalezza ironia e sgomento, sconcerto e solidarietà umana, realtà dolente e paradossi esistenziali. Non era facile tenere la scena per due ore, al cospetto di un testo forse più orecchiato che letto dal grande pubblico, di fronte a un argomento confinato tra le pudenda della nostra memoria storica, eppure Paolini c'è riuscito con un'accattivante affabulazione in cui la pagina letteraria da cui aveva preso spunto si intrecciava spontaneamente e senza sbalzi di stile o cali di tensione con il racconto del suo personale viaggio in Russia, con brevi excursus nell'attualità politica e sociale di oggi, con digressioni istrioniche utili a strappare un sorriso là dove era necessario per allentare un pathos tenuto comunque sempre alto per tutta la durata della performance. La felice scelta logistica dello scenario su cui approntare il palcoscenico ha dato ulteriore suggestione a uno spettacolo in cui la forza espressiva della rappresentazione ha il valore aggiunto di essere al servizio di un risveglio della memoria storica utile per una migliore comprensione del nostro presente. È anche con avvenimenti di questo tipo che si dimostra di credere ancora nella televisione come veicolo di formazione culturale ed etica di un paese, senza considerare né l'una nell'altra come una riserva indiana da collocare in orari e contesti impopolari. Doveva trasmetterlo la Rai, Il sergente, senza lasciare a La7 il compito di supplire all'ennesima dimostrazione di insensibilità? Certo che sì, ovviamente.