In tv va in onda la fine del "travaglismo"

Ospite fisso di "Annozero" nelle ultime settimane ha collezionato errori e clamorose figuracce. Castelli e Tosi (Lega) hanno mostrato le sue dimenticanze. E anche un collega dell'Espresso accusa: "E' disinformato". Intanto sul suo blog Travaglio omette la condanna a risarcire Mediaset

È finita anche la stagione di Annozero, e perdonerete se continuo a pensare che sia una trasmissione da preservare e al tempo stesso vergognosa. No, non sono le due facce di una stessa medaglia: che alcune puntate siano state interessanti e persino utili, indipendentemente dalle fazioni in campo, è qualcosa di palesemente o segretamente condiviso. Così pure il contrario: che alcune puntate siano state delle mere imboscate, con parterre imbarazzanti per squilibrio, con vacue e inutili piazze urlanti che atterrivano il livello della discussione, con la parola data o tolta secondo fazioso mestiere, beh, su questo c’è stata nondimeno una discreta convergenza.

La propensione al martirio e al vittimismo è direttamente nel dna di Michele Santoro, c’è poco da fare, e così pure alcune sue idee sul concetto di servizio pubblico e sul suo ruolo di conduttore nell’universo. In definitiva è solo colpa di Santoro se Marco Travaglio, alla fine, è diventato ed è restato la discriminante tra la decenza e l’indecenza di ogni singola puntata. Il fatto che per sistemare le cose basti dare il benservito a Travaglio, ne consegue, è qualcosa di palese e di inevitabile che ha un retrogusto ricattatorio: e sorry, è colpa di Santoro anche di questo.

In fondo Travaglio, terminata anche la sua stagione di soliloqui televisivi, alla fine fa quasi tenerezza. Quasi: perché sembrava, alla fine, uno di quei pugili cui hanno decretato il kappaò tecnico ma che non l’hanno capito, e menano fendenti patetici mentre l’arbitro lo riaccompagnava all’angolo dove l’allenatore, un salernitano coi riccioli, gli mormorava che resta il migliore. La lezione nozionistica impartitagli giovedì sera da Alfredo Mantovano (dopo che Travaglio aveva detto che «a Napoli il commissariato fa più o meno le stesse cose della camorra») è stata annichilente. Ma è stato tutto l’ultimo round stagionale a essere micidiale. Prima Giuseppe D’Avanzo di Repubblica, come ricorderete, se l’è cucinato spiegando che Travaglio e la sua famiglia erano andati in vacanza con un tizio poi condannato per favoreggiamento di un mafioso, già prestanome di Provenzano: e anche questo si è rivelato un «fatto». Poi, ad Annozero, Roberto Castelli ha smentito Travaglio in diretta, spiegandogli che lui, diversamente da come Travaglio aveva scritto in articoli e libri, non è mai stato condannato per nessun reato: sul suo capo pende solo una richiesta economica da parte della Corte dei Conti.

Sempre ad Annozero, inoltre, nella stessa puntata, Travaglio ha dovuto persino prendere delle lezioni di diritto elementare dal sindaco di Verona Flavio Tosi: il quale gli ha spiegato la mera differenza tra corruzione e finanziamento illecito dei partiti (si parlava di un reato commesso da Umberto Bossi 18 anni fa) e poi ha amabilmente ricordato che Travaglio in precedenza l’aveva definito «cavernicolo» e «troglodita» anche se le sue condanne per istigazione all’odio razziale, ricordate puntualmente da Travaglio, erano state cancellate con rinvio dalla Cassazione. Anche Tosi, insomma, come Castelli, era incensurato e però il documentato Travaglio non lo sapeva. Eppure, quindici giorni prima, l’aveva scritto proprio l’Espresso, settimanale cui Travaglio collabora: a essere preciso l’aveva scritto il suo collega Gabriele Mastellarini, cui Travaglio un paio d’anni fa ha scritto la prefazione di un libro. Ora, sul suo blog, l’ingrato Palombarini ha da dolersi: «Travaglio sul caso è disinformato», scrive, «Tosi non ha nessuna condanna sul groppone. Mi spiace che Travaglio non legga le pagine dell’Espresso, dove scrive tutte le settimane. Mi permetto di citare Indro Montanelli: “I fatti vanno raccontati tutti: chi ne censura qualcuno è un disonesto che come tale prima o poi viene smascherato”». E questo è un uppercut: Montanelli citato contro Travaglio.

Sempre durante Annozero, poi, Travaglio si era difeso dall’accusa di essere un «pregiudicato» ammettendo d’esser stato condannato solo in sede civile. Ed è un classico schema di Travaglio: da un lato la precisione del maestrino, dall’altro, a proposito di se stesso o dei suoi amici, sciatteria e omissioni a non finire: «Travaglio dimentica la condanna del Tribunale di Torino a indennizzare Fedele Confalonieri e Mediaset per un totale di oltre trentamila euro», ha ricordato ancora Palombarini sul suo blog. Il quale ha precisato, oltretutto: «Travaglio sul suo sito offre stranamente una versione diversa della sentenza. Lui che è sempre molto preciso sulle condanne altrui, scrive che “dovrò pagare 10 mila euro più le spese al dottor Fedele Confalonieri”, mentre in realtà sono 12.000 e dimentica la pubblicazione dell’estratto sul Corriere della Sera, che ha un costo non indifferente. Travaglio non riporta anche la condanna a risarcire Mediaset spa per 14.000 euro, e soprattutto non dice che davanti al giudice ha definito la propria rubrica “di carattere satirico”».

E questa mancava: Travaglio fa satira. Lo sostiene lui. In una sua memoria difensiva datata 4 febbraio 2007, infatti, Travaglio ha scritto che la sua rubrica sull’Unità sarebbe stata appunto «di evidente contenuto satirico». Lui è un satiro. Un comico. E noi potremmo anche concordare, ma è il giudice che nel gennaio scorso l’ha condannato a risarcire Mediaset che non l’ha pensata così: «Non sono ravvisabili i caratteri della satira: questa infatti è una modalità di rappresentazione di fatti e/o persone che mira a suscitare ilarità del pubblico», e però «nella pubblicazione oggetto del procedimento tali caratteristiche non sono in alcun modo ravvisabili». Cioè: Travaglio non fa neanche ridere. L’ha detto un giudice. Per sentenza.